sabato 18 luglio 2015

Pace e guerra

~  QUANDO I FIGLI PARTIVANO VOLONTARI 
 E QUANDO SI ACCORSERO D’ESSERE TUTTI
DEVOTI DI EIRENE. ~  «Il ‘900», IV PUNTATA ~

 Diari lontani (1989-1995) per cercare il bandolo del secolo scorso. Le puntate precedenti qui qui e qui.

Quando ancora sopravviveva una qualche forma di solidarietà religiosa, sia pure nella versione più laica, i genitori assistettero con angoscia e con fede alla partenza dei loro figli per la guerra, e questi trovarono ragionevole partecipare al conflitto del mondo come volontari, rischiando con buona probabilità di incrociare la morte.

PACIFISMI - Francia 1936. «Non ci riusciva facile valutare il peso di quelle voci che si inebriavano per la settimana lavorativa di quaranta ore e ignoravano che in Germania si lavorava intorno alle sessanta ore. E neppure l’influenza di quei sognatori che non si facevano scoraggiare nel loro antimilitarismo e continuavano a pretendere che la linea Maginot fosse smantellata: il riarmo a tappe forzate della Germania nazista non li toccava affatto. C’era da disperarsi». Willy Brandt scriveva così nelle sue Memorie. Chi scriverà dei ‘cortei per la pace’ che volevano smantellare la linea Maginot dei missili puntati sull’Urss? Chi racconterà delle epiche battaglie italiane contro il tycoon televisivo, fino alla vittoria totale, mentre si proclamava la trattativa estrema se non la capitolazione verso gli Stati più violenti del pianeta? Realisti, senza emozioni, senza lanciare proclami, solo di fronte all’esercito serbo che massacra intorno e dentro il Grande Lager di Sarajevo, appena sull’altra riva della Romagna in festa.

Anche i bambini capiscono dai libri di storia della scuola primaria come la bilancia della pace e della guerra, della trattativa e dell’oltranzismo, oscilli a seconda delle circostanze politiche. Gli americani dovevano combattere fino alla resa totale di Germania e Italia, guai a chi avesse parlato di trattative, di morti da evitare, di bombardamenti da sospendere, perfino la bomba atomica era accettata pur di distruggere il terzo alleato del Patto d’Acciaio. Dopo di che l’atomica diventava il simbolo della distruzione della madre terra e quindi scendeva su di essa il tabù, nessun essere umano poteva pensare di ricorrere a un’arma simile. Naturalmente scervellato e criminale doveva apparire chi pensava di prendere le armi per rispondere alle striscianti occupazioni russe e cinesi, e addirittura come un mostro politico era raffigurato Israele che non accettava, per amore della pace,  la capitolazione e lo scioglimento dello Stato (senza sottilizzare sulla sorte di quei milioni di ebrei in Medio Oriente, una volta consegnate le armi agli arabi).

BONTÀ - Si cade spesso in baratri demoniaci per le tentazioni della Bellezza e della Bontà. I misfatti del XX ebbero i loro aedi e filosofi e volgari giustificatori tra gli uomini incantati da queste due divinità. Talvolta si ebbero contraddittori atteggiamenti: si restò affascinati dalla bellezza della faccia cattiva per troppa bontà, come ammetteva il povero B.B. Nulla, infatti, era proporzionato  alle infinite ingiustizie del passato e qualsiasi violenza nuova non riusciva mai a riequilibrare la bilancia della Storia né a strappare le brutture del mondo, le storture che lo rendono asimmetrico e disarmonico.

BENE COMUNE -  «… gli antichi, una volta che un’entità ideale avesse trovato una determinata raffigurazione materiale, la rispettavano scrupolosamente. […] Il motivo è evidente: senza questa uniformità non è possibile una interpretazione concorde» (Gotthold Ephraim Lessing, Come gli antichi raffiguravano la morte, 1769).

LA DISFATTA - Quando l’impero sovietico precipitò, i suoi feudatari occidentali furono inchiodati ad alcune meditazioni: chi aveva lottato per la «distensione» non si era forse ingannato sulla natura di questa potenza, tigre di carta che, come volevano i falchi, bastava stringere all’angolo per portarla a una rapida resa? Non si sarebbe meglio contribuito, così facendo, alla pace mondiale e alla libertà dei popoli che gli erano sottomessi? Come al tempo del Patto di Monaco, non furono proprio quelli del partito della moderazione con i prepotenti a favorire le peggiori conseguenze belliche? Non sono domande facili come sembrano.

SUSSULTO - È in corso una resipiscenza a proposito della violenza. Dopo avere invocato per un ventennio il dio Marte nelle città d’Europa, dopo essersi ispirati alle rivolte sanguinarie sudamericane, fantasticato di assedi contadini alla metropoli industriale, benedetto perfino le sparatorie di quartiere, adesso è tutta una celebrazione dell’irenismo. Nuove formazioni militanti scalano palazzi rinascimentali, sabotano i party nelle ambasciate francesi, dichiarano guerra al governo di Parigi. Qual è il pericolo che squassa la terra e minaccia l’umanità? Pesci tropicali e acque marine trasparenti corrono dei rischi in un angolo del Pacifico per colpa del presidente francese, faccia da bon vivant, che vuole saggiare le armi nucleari dell’invecchiatissimo suo arsenale. Potrebbero questi intrepidi combattenti in favore dei Tropici giurare sulla loro coscienza che con il bazar atomico istallato nell’ex impero sovietico, parzialmente in mano ad anonimi avventurieri privati,  non risultino utili nei prossimi anni questi esperimenti finalizzati alle armi di dissuasione? Chi può escludere ricatti atroci che non si respingono con il dialogo e le buone intenzioni? Ma il solo pensiero di antichi esperimenti con l’atomo su isole felici fa correre un brivido tra i frequentatori dei salotti planetari che custodiscono l’«ambiente». E la gioventù più avventurosa dell’Occidente si incarica di giocare alla guerra con la Francia gaudente. Ci si potrebbe accontentare di un decimo di questo sdegno per impiegarlo utilmente a favore degli assediati di Sarajevo. Ma là c’è una guerra vera, il gioco non vale, la realtà supera la virtualità. Per le anime belle meglio la guerra ai vini francesi. Come nell’operetta, senza morti né feriti. Guerricciole disarmate.

PACIFISMI/2 - Avere urlato alla minaccia totalitaria, con tanto di dittatura alle porte, soltanto perché nella Penisola al posto di vecchi maneggioni arrestati sopraggiungevano al potere giovani senza esperienza di governo ma con voglia, fino ad ora frustrata, di metter le mani sul tesoro; avere evocato le tecniche goebbelsiane per la campagna elettorale del re delle televisioni in versione politica, proprio mentre un inferno a cielo aperto ricorda con dettagli assai precisi e terrifici i Lager degli anni Quaranta, potrebbe apparire ai posteri (che forse però saranno – chissà? –  più cinici dei nostri contemporanei) anche un crimine. Sventurati bosniaci, sventurati per essere europei ma non cristiani, musulmani ma non arabi, privi del clamore del Vietnam dal momento che non sono in scena gli americani, privi di una buona causa, privi dell’esotismo della lontananza. Nessuna potenza appoggia dei miserabili in stato d’assedio, i giovanottoni delle truppe Onu li consegnano direttamente ai loro nemici. Guerre pacifiste.
    
NATI IERI - C’erano in Italia dei marchi politici assai antiquati: «comunisti», «fascisti», «mazziniani», «cattolici democratici»… Un po’ Risorgimento e un po’ primo Novecento. Hanno fatto un restyling, le bandiere sono cambiate tutte, i colori sono stati corretti, ma il personale è rimasto lo stesso, o quasi.

Tagliati i ponti con ogni tradizione, ci si presenta come orfanelli vezzosi ma l’unica cosa che ancora ci accomuna in tanto spaesamento è lo scontro fratricida come Leitmotiv nazionale.

ASSOLUTISMI   Stato assoluto, umanesimo ‘integrale’, religione senza Dio.

ANTI - Che fuori dalla guerra ci si organizzi politicamente intorno a qualsiasi parola che contenga  un prefisso anti è cosa sommamente ridicola. Ma nel nostro linguaggio c’era un aggettivo che riportava all’ordine quel prefisso. A chi infatti pretendeva criticare radicalmente il sistema russo si apponeva l’aggettivo «viscerale» in modo da non esagerare. Si raccomandava insomma il realismo politico, quel po’ di diplomazia che avrebbe evitato il cattivo gusto della battaglia militante, una volta tanto considerata come fanatismo sgraziato. Anche gli storici dovevano valutare i tiranni bolscevichi con il massimo di freddezza, senza coloriture morali ma, se lo stesso metodo fosse stato applicato alla Germania della Seconda guerra mondiale, ecco spuntare per loro l’accusa senza remissione di «revisionismo». In ogni caso non c’era mai solidarietà piena con le vittime dell’esperimento marxista perché esse erano una pietra di inciampo nella costruzione radiosa della umanità.

I FLAGELLI - Dopo l’esplosione della patria internazionalista si è aperto il vaso di Pandora dei nuovi mali. Non si tratta della punizione per avere osato distruggere il paradiso in terra, casomai è la conferma terribile che i paradisi in terra esplodono e i frantumi incandescenti ricadono sul mondo sgomento.

CIRCOLO VIZIOSO - «In Europa per loro la partita è persa. Almeno per cinquant’anni non ci saranno più». E anche: «Se il pericolo li deprime, al minimo successo non temono più di nulla. È la più completa leggerezza e mobilità». Si diceva così dei liberali dell’Ottocento. Oggi lo si può ripetere per chi credette nella liberazione ex Oriente.

LA VOCE DI VICHY - La sottolineatura krausiana dell’indifferenza dei giornali nel «lanciare una guerra o un’operetta» mette in luce con i moderni evidenziatori traslucidi i titoli delle gazzette contemporanee. Gli assediati di Sarajevo sono bilanciati dalle file ai caselli e dai primi temporali che rompono l’estate. Ricordano desolanti fogli di Vichy che informavano pedantemente su viaggi forzati in Germania, battaglie della guerra mondiali, malinconiche conferenze del professor X sul platonismo provenzale, applauditi concerti di mademoiselle Y alla sala comunale, incidenti di ciclisti sulla strada provinciale, tutto uguale come all’Inferno.   

COLPE - L’Illuminismo rende naturale la morte fino ad allora causata da colpe, magie malriuscite, malefizi. Nello stesso tempo rende la società colpevole di magie e malefizi. Sennonché nessuna colpa ‘laica’ può assurgere all’importanza di quella che causa la morte. Ragion per cui la spiegazione religiosa della morte torna a sedurre…

TOLLERANZE - La tolleranza islamica, la fama che si è conquistata, non deriva forse dal fatto che Maometto prescrisse di non convertire in ogni caso l’infedele bensì di limitarsi talvolta a sottometterlo? Non convertire, non agire sulla sua coscienza definitivamente reietta ma sottoposta a pressioni fiscali in modo di pagare il fio della sua natura di sottouomo, non degno di evangelizzazione, di attenzione… 

SADISMI - In quale altra parte del mondo sviluppato – oltre all’Urss al suo tramonto – si patì un anno di totale isolamento e altri dieci di lavoro forzato per avere richiesto un passaporto per Israele? Perché allora di fronte a crudeltà di porno scrittorelli, e per di più verso ebrei che già ne avevano passate tante, in Occidente si fu così tiepidi? Perché i più sensibili alle sventure umane non apposero il loro nome e cognome sotto un appello vibrante in appoggio di chi chiedeva nient’altro che un documento di identità per andarsene?  Perché nessuna scuola fu occupata in favore della libertà di migrare? Come mai neppure i claustrofobici ritennero di solidarizzare con chi era incarcerato duramente per aver voluto scappare via da una cella eterna? Neppure i facinorosi Robin Hood delle periferie scesero in piazza, organizzarono un concerto o tracciarono una scritta sui muri già tanto martoriati delle nostre città.

DEFINIZIONI - Quando Willy Brandt, borgomastro della Berlino eroica prima che tessitore della Ostpolitik, chiese ai suoi alleati un aiuto contro i Vopos che alzavano un muro per dividere in due la capitale tedesca era forse un bieco oltranzista? Un alleato della reazione mondiale? Un guerrafondaio che scherzava con il fuoco? Un servo del capitalismo perché non si piegò al filo spinato? Questioni bizantine di terminologia. E bastò al gruppo di dissidenti italiani, poi espulsi dal partito, la riserva mentale per cui quello sovietico non era il comunismo autentico a salvarli dalle cattive compagnie pur avendo fatto denunce impeccabili dei mali dell’Est? 

Ci fu una critica di Mosca che salvava Pechino, una scelta spregiudicata tra due tirannie. Così alcuni preferirono i cinesi perché più estremisti nella teoria (e nei numeri assoluti degli sterminati). E capitò che futuri irenisti approvassero e teorizzassero a loro volta l’eventualità di una Terza guerra mondiale, promossa dai marxisti asiatici, che avrebbe travolto insieme i vincitori della Seconda, americani e russi.

IL PASSATO - Quando il  Mondo dei Morti parla e dà ordini ai vivi, quando impone le sue regole sui viventi, si può parlare di una forma di tradizione? E il Vangelo che insegna a «lasciare che i morti seppelliscano i morti» si ribella a questa tradizione? Eppure l’ordine nuovo che si contrappone al passato e alle richieste dei trapassati si presenta come un tradimento, produce terribili angosce. Ed ecco che ogni sopravvissuto, testimoniando sul passato, raccontandolo sia pure per frammenti, mitiga la violenza della novità con l’affettuoso rispetto per gli avi scomparsi.

IL PIACERE DI CONDANNARE - Elias Canetti tocca un nervo scoperto della cultura: «Il piacere di esprimere una sentenza negativa è sempre inconfondibile […]. Ci si eleva svilendo gli altri. […] In ogni caso egli si annovera tra i buoni». Non riguarda soltanto l’atroce mestiere del giudice, qui cominciano le disavventure del cosiddetto «pensiero critico», le sue facili degenerazioni.

ANCIEN RÉGIME - Gli atei? Sostenitori della sovranità assoluta della Morte.

PICCHI - Talvolta viene da fantasticare su un maturo conservatore bismarckiano che a un certo punto si imbatte, sul finire dell’Ottocento, nelle teorie di Nietzsche, negli scritti pubblicati a proprie spese del professore di Basilea: wagnerismo filosofico, eccitata presunzione giovanile di essere a un passaggio d’epoca, forse una vena di follia ereditaria – avrà borbottato. Senza ricorrere all’esuberanza indiana dell’eterno ritorno, la circolarità del balletto umano era garantita ai suoi occhi dalla tradizione familiare, dai prosaici rogiti che attestavano possedimenti stabili nelle variazioni bizzose del tempo, dalle storie degli antenati che ripetevano a distanza di secoli gli stessi peccati di debolezza amorosa o di crudeltà, con analogie così precise da fare irridere ogni ripartizione definitiva d’epoca, e da schiudere continue vie di fuga à rebours. Si sapeva che soltanto le vecchie dame civettuole e gli altalenanti giovinetti si consolavano con l’unicità del tempo dei loro vent’anni (per quanto protratti), la saggezza dell’età di mezzo consigliava un po’ di scetticismo a proposito dello sfondo storico cui è dato di vivere. Non avrebbe sospettato, il nostro gentiluomo, che il pensiero conservatore, di lì a poco, sarebbe stato irretito dagli squilli rivoluzionari, dagli annunci di un’èra completamente nuova, senza più metafisica, con forti dubbi anche sulla dimensione umana. L’Apostolo di Zarathustra credeva  di essere sul picco dei secoli, diventò poeta di quella escursione storica. I suoi esegeti presero alla lettera le parole oracolari: fatti rapidi conti, stabilirono di essere giunti al meridiano zero. E la prima parte del Novecento si trovò dinanzi a una filosofia che si voleva più radicale di ogni rivoluzione, compresa quella di Mosca che prometteva un totale rovesciamento della storia. Orda orientale e pensiero germanico per lavorare ai fianchi l’attempata società borghese. Così, nella gara al maggiore estremismo giocata dalle avanguardie sopraggiunsero i tanks filosofici tedeschi e azzerarono tutto. Con gli occhiali nietzscheani  si poteva scorgere nichilismo dappertutto. Nel paesaggio eroico, militarizzato, degli anni Trenta, e in quello colmo di macerie del dopoguerra, nel deserto del più scientifico sterminio di umani o nel malinconico scenario dell’affondamento degli imperi, con i bagliori nucleari ancora minacciosi, le previsioni dei devoti di Zarathustra sembravano avverarsi. Stato mondiale – auspicato o temuto, non importa –, «guerre cosmopolite», fine del mondo millenario. Poi rispuntarono le questioni nazionali, anche nei cortili nostrani del Tirolo, riapparve perfino l’egemonia tedesca, e il conservatore misteriosamente sopravvissuto avrà sorriso sotto i suoi baffoni dell’altro secolo. Insomma, terminati i fracassi della guerra mondiale della cultura, della mobilitazione generale dei cosiddetti intellettuali, ci si accorse che la borghesia, per quanto esteticamente malconcia, resisteva. I superuomini profetizzati si trovano soltanto tra gli eroi dello sport, protesi a imporre nuovi record sempre più distanti dalla natura umana. Ma si tratta di esseri cresciuti all’ombra della tecnologia, meglio: di prodotti tecnologici per la gioia dello spettatore televisivo accovacciato sul sofà.

Non accadde forse lo stesso per le tinte criminali dei testi surrealisti, con tanti eroi negativi onde rendere ancora appetibile una letteratura illanguidita? Polemizzerà in seguito con i suoi ex confratelli Roger Caillois: «Predatori di cadaveri col pubblico consenso, pretendete di passare anche per eroi e di fare del vostro cinismo una virtù supplementare della vostra arte». Per forza di cose il pensiero anglosassone si offriva come una tisana onde smorzare tanta enfasi apocalittica. «Niente» divenne intanto un intercalare ossessivo del gergo adolescenziale, punto di appoggio per sostenere un discorso balbettante, confuso dalla timidezza, una parola non da poco per minimizzare.      
(4.- continua)

lunedì 6 luglio 2015

Il rito delle scuse


~ CATTOLICI, ANCORA UNO SFORZO
PER ESSERE DEI GENTILUOMINI ALLA MODA ~

Giudicare il passato con il paradigma giuridico e linguistico dell’oggi è cosa illegittima e ingenerosa. Sconcertante dunque quel ripetuto scusarsi della gerarchia cattolica (rivolto al genere umano? ai propri fedeli?) per teorie e pratiche, risalenti ad alcuni momenti della sua  lunghissima storia, che non si conciliano con il pensiero dominante della nostra epoca. Eppure, subito dopo lo sconcerto – anche per lo svilimento delle pie intenzioni di chi ci ha preceduto, dei maggiori sempre da venerare, delle loro imprese a gloria di Dio –, subentra la vecchia idea della barchetta di Pietro nel mare procelloso, della navigazione miracolosa tra venti furiosi, del magistero asintotico, della solidarietà complice tra pontefici lontani nel tempo che permette correzioni reciproche. In questi pubblici atti di umiliazione possono magari brillare lampi di tradizione viva. I papi fanno a gara nel lucidare l’immagine della Catholica, nel cancellare le umane imbrattature che la ammorbano come una muffa. Nobile dunque l’intento, c’è però il rischio di guardare alla storia da un punto di vista privilegiato, come se si fosse ormai pervenuti, per opera del progresso, a un’altura celeste, definitiva. Dalla sommità delle umane presunzioni ci vergogneremmo delle rozzezze del passato, senza renderci conto dell’abisso dove siamo precipitati noi, i moderni. Di scusa in scusa, arriverà il tempo in cui, davanti al tribunale del pensiero a una sola dimensione, si reciterà un estremo «mea culpa».

Appena liberato dal carcere della Bastiglia, il marchese libertino della algolagnia dedicò ai suoi liberatori, nel frattempo divenuti regicidi, un libello titolato Francesi, ancora uno sforzo per diventare repubblicani, dove si promuovevano le peggiori nequizie, il suo repertorio per l’appunto sadico, onde trarre le definitive conseguenze teologiche dalla decapitazione del re: se avete ucciso il garante divino dell’ordine, tutto è permesso. L’opinione pubblica attuale è meno affabile del perverso settecentesco e impone i suoi diktat: Cattolici, ancora uno sforzo se volete essere dei gentiluomini alla moda, ripete all’infinito e in modo ossessivo su tutti i media. Ovvero, non bastano gli aggiornamenti, la cancellazione della liturgia secolare, l’annacquamento delle regole morali, l’ossequio verso il pensiero dei nemici: ci sono delle pagine nei libri sacri che proprio non vanno. Sì – essa dirà –, avete cassato la preghiera per gli ebrei del venerdì santo, senza sottilizzare, ve ne diamo atto, se la parola «perfidi» si riferisse a una malvagità congenita del popolo di Mosè o all’etimologia che spiega: «ostinati a non riconoscere una verità», ma c’è ben altro da fare. Prendiamo il biblico Deuteronomio. Siete al corrente, signori del dialogo, di che cosa c’è scritto in quel libro del Pentateuco? Leggiamo, citando dalla Bibbia nella versione ufficiale della Cei: «Quando il Signore, tuo Dio, ti avrà introdotto nella terra in cui stai per entrare per prenderne possesso e avrà scacciato davanti a te molte nazioni: gli Ittiti, i Gergesei, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei, sette nazioni più grandi e più potenti di te, quando il Signore, tuo Dio, le avrà messe in tuo potere e tu le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio. Con esse non stringerai alcuna alleanza e nei loro confronti non avrai pietà. Non costituirai legami di parentela con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perché allontanerebbero la tua discendenza dal seguire me, per farli servire a dèi stranieri, e l’ira del Signore si accenderebbe contro di voi e ben presto vi distruggerebbe. Ma con loro vi comporterete in questo modo: demolirete i loro altari, spezzerete le loro stele, taglierete i loro pali sacri, brucerete i loro idoli nel fuoco» (7, 1-5).

Ecco, i signori della tolleranza trovano spesso decisamente «intollerabili» molti pensieri e molte pagine delle culture a loro opposte, esigendo e ottenendo dal potere politico assai rigide censure. Diranno allora gli avversari: può la Chiesa di Roma che ha chiesto  perdono per le incomprensioni con Galileo e per la repressione delle eresie, lodare, incensare e diffondere un libro che comanda di comportarsi in tal modo? E a questo punto faranno menzione di un altro passo: «Se un uomo avrà un figlio testardo e ribelle che non obbedisce alla voce né di suo padre né di sua madre e, benché l’abbiano castigato, non dà loro retta, suo padre e sua madre lo prenderanno e lo condurranno dagli anziani della città, alla porta del luogo dove abita, e diranno agli anziani della città: ‘Questo nostro figlio è testardo e ribelle; non vuole obbedire alla nostra voce, è un ingordo e un ubriacone’. Allora tutti gli uomini della sua città lo lapideranno ed egli morirà. Così estirperai da te il male, e tutto Israele lo saprà e avrà timore» (21, 18-21). Razza di lapidatori, aggiungeranno i moderni nemici, pentitevi, pentitevi, ritrattate, chiedete scusa. Né le aperture dei sinodi sulla famiglia – insisteranno i critici della Chiesa – potranno attenuare raccomandazioni come questa: «La donna non si metterà un indumento da uomo né l'uomo indosserà una veste da donna, perché chiunque fa tali cose è in abominio al Signore, tuo Dio» (22, 5). E condanne a morte – sottolineeranno – sono comminate dalla Bibbia per ogni tipo di adulterio, lunga è la sequenza deuteronomica, a cominciare da: «Quando un uomo verrà trovato a giacere con una donna maritata, tutti e due dovranno morire: l'uomo che è giaciuto con la donna e la donna. Così estirperai il male da Israele» (22, 22).

Di fronte a queste severissime citazioni, all’opposto dell’attuale sentimentalismo asfissiante, quanti ecclesiastici resisteranno alla voce del progresso che impone loro di scusarsi per il libro santo? Quanti vorranno fare il gentiluomo e saranno pronti a bruciare (simbolicamente, s’intende) le pagine bibliche incriminate? E quanti troveranno la soluzione del problema rifacendosi all’eresiarca Marcione, rigettando cioè l’Antico Testamento e cercando di piegare il cristianesimo alla vita moderna? Ma anche senza collazionare gli innumerevoli precetti violenti del Messia che annuncia di aver portato la spada in questo mondo, basterà nominare l’Apocalisse, libro canonico, parte integrante e conclusiva della Bibbia cristiana, perché sia subito scandalo anche nel Nuovo Testamento. La vendetta divina, il Giudizio sonoro e tremendo non sono motivi che piacciono ai contemporanei, i discorsi ‘ebraici’ del visionario di Patmos sembrano poco adatti alla angelicità in voga. Anzi, mai come adesso, il tono apocalittico, consentito alla science fiction come al catastrofismo socio-politico, è negato alla religione. Perfino nel mondanissimo Rinascimento le pagine escatologiche avevano maggior risalto, e la Cappella papale per eccellenza, il cuore della corte che oggi si condannerebbe come ‘paganeggiante’, le metteva in scena  nella più grandiosa immagine della storia dell’arte: il Giudizio michelangiolesco. Icone della guerra finale, che adesso ci proibiamo per tabù impostoci dagli altri. Libro «oscuro, sublime, sanguinoso» (Balzac), dalla prima all’ultima parola è l’intera Bibbia che appare estranea al nostro tempo. Non basta nascondere o svilire nei commenti l’Apocalisse come le più dure parabole di Cristo, negli ultimi tempi alla Chiesa di Roma vien intimato a gran voce di chiedere scusa per il fatto di non rassomigliare a nessun’altra istituzione, a nessun’altra religione. E il suo passato non somiglia neppure alla lontana a questo presente. Peccato gravissimo di anacronismo agli occhi dei contemporanei. Imperdonabile essere inattuali, nonostante i capi ecclesiastici ricorrano a ogni camuffamento, pure al glamour, per nascondere tale colpa. Del resto, benché sempre accusata di saper tessere compromessi come nessun altro, la Chiesa di Roma si caratterizzò fin dall’inizio con quella caparbia difesa dei «valori non negoziabili» per cui, unica tra le sètte che pullulavano nella capitale pagana, rifiutava il culto dell’imperatore di turno, facendosi massacrare per resistere all’idolatria politica. «O Roma felix», si canta nella festa di Pietro e Paolo, «es consecrata glorioso sanguine», imporporata dal sangue che la fa santa. In tempi tanto soft, nella realtà virtuale che prende le forme di una pseudo eleganza del design al servizio delle merci, il sangue è inopportuno.  L’Apocalisse risulta più minacciosa di ogni effimero terrorismo, dal momento che annuncia la distruzione definitiva delle fondamenta del mondo.

L’ipocrisia del discorso pubblico condanna le guerre antiche condotte in nome della verità e accetta le stragi dell’oggi compiute in nome della comodità: che crepino in mare donne e bambini dell’altra costa purché non turbino con la loro presenza il ‘tenore di vita’ opulento del Nord Europa protestante e ordinato, eticamente corretto. «Questo orribile protestantesimo che ci divora» (ancora Balzac) e ci divora tutti, anche in modo inavvertito. Non ne vogliono più sapere del legislatore ebreo che raccomanda di passare a fil di spada il nemico, che indica le regole per vincere la guerra difficilissima, e che ordina di rispettare lo straniero che viene tra noi. Ignorano le parole dolcissime con cui l’Apocalisse parla al cuore dei disperati.

Verrà forse un vescovo a dire: «Perdonateci se abbiamo un libro intollerante, dove c’è l’istigazione all’odio e un esecrabile spirito di vendetta». È già luogo comune che solo le religioni sono feroci, quella cattolica prima fra tutte. Ci scusiamo perciò – finiranno col balbettare – per il nostro libro, per i nostri avi impresentabili, ci scusiamo per il nostro Dio di altri tempi.

domenica 21 giugno 2015

Scherzi temporali


~ E ANCHE GEOGRAFICI. ~  CON UNA
DIGRESSIONE SULLA LETTERATURA ~
~  «Il ‘900», III PUNTATA ~

 Diari lontani (1989-1995) per cercare il bandolo del secolo scorso. Le puntate precedenti qui e qui.
  
Nel 1929, in Germania, sulla rivista rivoluzionario-conservatrice «Die Tat»: «Se non saranno in grado di trovare un nuovo sistema statale ed economico che risponda ai caratteri del popolo tedesco, nel giro di venti o trenta anni verranno travolti da un ciclone di dimensioni inimmaginabili». Trent’anni dopo, veramente inimmaginabile, c’era il «miracolo economico» dei Cinquanta, l’ossimoro che univa la «scienza triste» al carattere del prodigio. Ma più che teutonico, aveva le forme americane, le forme imposte con glamour dai vincitori. La guerra rivoluzionaria-conservatrice era persa e così la successiva dittatura niente affatto conservatrice. I progetti e i sogni travolti da una bufera. Oggi invece torniamo spesso agli anni Cinquanta (trent’anni fa) come se ne fossimo separati soltanto da una parentesi di distrazione. Anche nelle vite delle generazioni del dopoguerra, e ormai avviate alla maturità, si avverte un tempo elastico, restringibile a piacere, perché in questo più recente trentennio manca il macigno che lo biforca nei più vecchi: il prima e dopo la mattanza.

VERTIGINI - L’eclettismo del postmoderno è un riassuntino finale del millennio. Non a caso già dal XIX secolo si è scatenata una danza di revival a chiudere la gara di originalità che contrassegnò le altre epoche. Nell’ultima manciata del XX il tempo accelera, il giro si fa più vertiginoso: ormai nessuno ha il coraggio di scommettere su un’epoca nuova. Ci si aggrappa perciò al meglio del già noto e si teme la vendetta delle cose scartate.

PREVISIONI - Cimentarsi in previsioni politiche comporta una certa fede nel fatto che i tempi porteranno alla luce la verità. Ma una fede che rinuncia alla pazienza e che per ansia anticipa i tempi è un’ombra che si posa sulle cose e le rende morte come quelle maneggiate dagli archeologi.

L’ARROGANZA DEL NAÏF - Gli uomini delle valli nordiche che son calati a Roma con una specie di partito dicono ora che sono stati ingannati dai loro furbi soci nel governo. Mai un partito al potere aveva governato l’Italia senza sapere quel che faceva, con i ministri che si lasciano spiegare il giorno dopo dai giornali il significato dei loro atti di governo. Ecco la controprova di quanto la politica sia in una fase di decadenza, già oltre il ridicolo.

HASKALAH - L’illuminismo ebraico, l’haskalah, si spinge fino a saldarsi al sionismo. Risaliva nei secoli, ben prima del Settecento; né si può negare la patente del più nobile illuminismo alle parole bibliche di critica dei sacrifici umani, dell’idolatria, della superstizione. Ma dovette essere così nascosto che l’ebraismo fu condannato, nella stagione dei Lumi, come la quintessenza dell’oscurantismo.

MODERNITÀ - Il papa si lamenta per la desacralizzazione della sua Polonia: là dove non riuscì in decenni all’ateismo di Stato venne facilissimo a cinque anni di libero mercato.

Il marxismo si è realizzato soltanto in Oriente. Dall’altra parte l’individualismo gli faceva freno, e non si ebbe neanche un esperimento concreto in tal senso.

Il cattolicesimo, che procede con senso gerarchico per cui due uomini sanno più di uno, è stato attaccato a un certo punto dall’individualismo sfrenato del luteranesimo e dei suoi derivati.

SCATOLE LUMINOSE - «Les lumières conservées pour l’imprimerie» (Diderot). La ‘scatola delle immagini’ è solo una versione moderna della «imprimerie»? È mai possibile che le immagini e, corrispettivamente, le visioni conservino i lumi dei Philosophes? Non è forse la visione senza parole a distruggere i concetti sorti a fatica, come isole, nell’oceano delle immagini? La estrema evidenza dell’immagine, piuttosto che completare il processo illuministico, non appare accecante? La luce eccessiva annulla il tempo, i suoi chiaroscuri. A occhi chiusi il tempo non passa.

COSTI - La corruzione è il prezzo della democrazia, sistema basato sul potere della gente comune, non incorruttibile, non eroica. La tremenda forza del potere viene mitigata dalla forza della mediocrità. Ma se la democrazia fa a meno degli uomini della provvidenza, è provvidenziale che talvolta vi siano delle circostanze in cui un robusto gruppo di politici rappresenti gli interessi generali. Coloro però che esaltano troppo la «missione» politica mancano della saggezza che mette sotto le luci la meschinità della umana natura.

Non solo tra la gente di lettere, anche tra borghesi che si volevano ‘illuminati’, prosperò il gusto per i paradossi, in dispetto del buonsenso, gusto che li condusse all’esercizio delle ragioni del socialismo sovietico. Trovare del buono nel nemico delle libertà occidentali e scovare le mostruosità nascoste nel nostro mondo è  un’ottima ginnastica mentale. Solo che, di capriola in capriola, il sofista rischia di cadere in ginocchio davanti al tiranno.

L’ANNO DELLE ASTRAZIONI - I ragazzi tedeschi dell’Ovest solidarizzarono con gli ex sudditi dell’Impero ottomano finiti umiliati ad arrangiarsi per le città della Germania, combatterono per gli iraniani laicizzati dallo scià, si esaltarono per il maggio parigino insubordinato come un giorno matto di primavera, per le battaglie di Ho Chi Minh nelle foreste avvelenate dagli americani, per i guerriglieri di ogni dove, ma non si mobilitarono per la liberazione domestica, per coloro con cui condividevano a Berlino la rete metropolitana, alcune strade sia pur divise dal filo spinato, lo stesso cielo, la stessa lingua e non pochi vincoli di sangue. Non provarono neppure ad aprire i cancelli del carcere dove erano rinchiusi i parenti. Un’ombra lunga su quella ribellione.

EGOISMI - Una crociata impolitica agita come emblema, assai ingenuo, delle mani pure, mondate da ogni traccia di corruzione. Pulire: verbo che può indicare una mania. Un tempo per convincere i rampolli borghesi a occuparsi del malanni del mondo si chiedeva loro di «sporcarsi le mani», di farsi carico degli altri, di occuparsi appunto di politica.

GLI EX NEMICI - Nel 1951 si era quasi arrivati alla costituzione di un esercito europeo. Predisposti accordi, norme e scenari per unificare le armate nazionali. Pochissimo tempo prima ci si era attaccati l’un l’altro in una guerra mondiale, ma soprattutto europea, con corpo a corpo assai efferati. In decenni recenti, cadute le ultime diffidenze reciproche, il progetto di unificazione militare non è più all’ordine del giorno. Risulta soltanto un esempio della mancanza di audacia nel continente in rapida decadenza, che sopravvive solo in nome degli affari e del denaro.

OSTPOLITIK - Churchill nel 1951: «I sovietici hanno forse più paura della nostra amicizia che della nostra ostilità. Il contatto degli abitanti dell’Unione Sovietica con l’Occidente significherebbe la fine di un sistema infame». L’infittirsi della rete comunicativa, dagli schermi elettrodomestici ai satelliti, hanno costretto gli ultimi padroni del Cremlino alle mosse suicide. Così vengono abbattuti  regimi odiosi ma si rafforza il potere tecnologico, l’unico padrone della terra.

Dopo la vittoria dei sovietici nel 1945 solo una ristretta minoranza culturale osò resister loro in Europa occidentale. Fu a causa del rancore provato dagli aristocratici europei nei confronti della volgarità americana? Alla nobiltà si univano i socialdemocratici tedeschi e i nostalgici socialisti nazionali. Una grossa coalizione avversa alla potenza atlantica. Allergica al cosmopolitismo che si era detto, nel periodo tra le due guerre,  ebraico-americano. Meglio rossi che occidentali.

ASCESI - Parliamo di letterati in morte di uno di loro. Dieci ore al giorno al Café de Flore. In occasione della sua scomparsa, lo stilita rumeno isolatosi al Quartiere Latino non può raccogliere grandi titoli sui nostri giornali. Misteriosa la forza che obbliga a scrivere un nichilista, a fare leggere le sue carte agli estranei, a portare il manoscritto da un editore, a leggere forse le recensioni. Debolezze umane piuttosto che una forza? Tutta la sua importanza deriva da questa presunta debolezza. Somiglianze con Pascal sottolineate da molti: ma il seicentesco era un cristiano ardente, e per amore di Gesù si può comunicare con il mondo; l’ateo luciferino che parla a fare? Morale dubbia  degli scrittori negativi: abitare il luogo salottiero delle Lettere, ma negli angoli scuri, per mettersi l’animo in pace. Se l’asceta invece di negarsi, sottoponendosi alle regole del suo monachesimo, si ribella ed esce dalla clausura, ecco l’anarchico, l’anarchico conseguente, radicalmente asociale (strozza-bambini come pretendeva di essere il nostro).

La morte ha raggiunto Emile M. Cioran. Scriveva battute dell’amarezza: non aforismi, non epigrammi, non quelle frecce logiche che i greci conficcavano nel cuore degli oppositori  politici all’agorà, non aveva avversari da battere, se non il genere umano: troppo poco. Al massimo, giaculatorie della disperazione.

All’inizio del secolo i nichilisti fecero dell’ascesi al tavolo di un bar una missione sacerdotale. Altenberg era un mite priore di tali monaci nottambuli: «Quando a tarda notte o, meglio, nelle prime ore del mattino si stava sul terrazzino sopra il tetto, si udiva regolarmente uno stacchettare di ciottoli sul selciato… probabilmente un bevitore attardato che usciva dall’ultima osteria per andare a casa. – Ora canteranno i galli, mi disse Hofmannsthal una volta che ci eravamo trattenuti a discorrere a lungo. – Questo è Peter Altenberg che rincasa» (Ricordi di Hofmannsthal scritti da Carl Jakob Burkhardt),

I due amici Beckett e Cioran, uno di fronte all’altro, uno caricatura dell’altro. Sicuramente i personaggi dell’irlandese fanno il verso alla filosofia esistenzialista, ma anche i ragionamenti di Cioran sembrano parodiare la desolazione dei beckettiani, riecheggiano le smorfie dei clochard, i loro gesti sgraziati e violenti, che assaltano, insieme all’acre puzzo umano, il lettore. Ultime scorie del pensiero alimentato dal disgusto.

Tra i monaci del Nihilismus risuona la preghiera lirica di Borchardt: «O cuore degli ordini, non farmi essere libero!», subito dopo rimata da una spiegazione oracolare: «Essere libero è niente, vorrei essere tuo» (di monito a chi fonde pericolosamente anarchia e nichilismo, gli io piccoli proprietari e ribelli; lo stesso Gottfried Benn dirà di se stesso: «egli vuole disciplina, giacché egli era il più dissoluto». Spiega Roger Caillois: «Nelle opere dello spirito i valori sono inversi: sforzo di ingegno e perseveranza è crearsi una schiavitù e non liberarsene. Si arriva al punto che qui la libertà si ritrova nell’inventare delle regole alle quali lo scrittore sceglie di obbedire.  […] Almeno in parte, i grandi artisti sono coloro che seppero immaginare a loro uso nuovi freni. […] Temo di sbagliare per eccesso di leggerezza. Perciò mi appesantisco e mi impedisco di appesantirmi a vanvera»).

Gara di eccessi di crudeltà alla scuola di de Maistre di cui Cioran fu traduttore (nessuno lo ricordava nei coccodrilli), eccessi mentali prima che verbali, come épater gli umanisti (è pur sempre un buon esercizio), speculazione sulla psicologia dei popoli, «passatempo di emigrati», parola di rumeno autoesiliato.

Ci volevano i tiranni, il sangue, le apocalissi storiche per animare le stanche serate parigine dei contemplatori da caffè, per gli ubriachi senza alcol, per i duelli metafisici degli insonni, per i monaci senza mattutino, senza libri d’ore… Da bravi letterati si allenarono a queste battaglie interiori, immaginando crimini ordinari, delitti positivisti, con piccole cause precise, e scrissero libri gialli. Alcuni, una minoranza, sulle tracce di Poe e Baudelaire, fantasticarono crimini più generali, fecero sanguinare la Storia come le fontane iraniane nel giorno di Alì, cibo dei «furiosi che vivono per metafore».

Disciplina (tonache, cocolle e camici bianchi della Clinica Loto diretta da un sifilopatologo) ed effervescenza novecentesca. I monaci europei e i guerrieri orientali di Mishima. Alle porte della Morgue, assassini e vittime in meditazione muta, ad attendere le Rivelazioni liriche, la Grazia indicibile se non in qualche verso, Benn e Celan, se l’accostamento non ripugna troppo.

Potere e denaro stanno così distanti che appaiono divinità impassibili, il cinico pare disprezzarle senza comprenderle, senza afferrarne il fascino numinoso, senza dominarle. Resta quindi un culto oscuro: denaro e potere, segni enigmatici del fato che l’anarchico deride come un jolly di corte.

La grande tecnica dei cinici: prendere le distanze dagli avvenimenti contemporanei, allontanarvisi come se fossero passati numerosi secoli, in modo da assumere quel lucido atteggiamento (almeno in apparenza) degli storici, soprattutto di quelli eruditi che si dilettano nel contemplare le umane sventure, gli imperi inghiottiti, le ascese delle città, i trionfi dei sovrani, le malizie dei corsi e ricorsi, le ingenuità degli idealisti, la forza muscolare delle genti… Chi si schiera pro o contro Alessandro, chi teme per la sorte di Costantinopoli, chi si sente ribollire di sdegno per la Guerra dei Cent’anni e chi tenta di stabilire da che parte passi la ragione in quella matassa di prerogative… Ancora un soffuso ricordo militante per gli aristocratici illuministi scannati a Napoli ma poi per secoli più riposti ci si permette l’impudico gioco di trovarvi solo l’aspetto estetico: i colpi di genio dei più efferati, la stoltezza degli sconfitti, i grandi numeri della battaglia. Senza neppure un’idea delle vittime. Ai nostri giorni le figure immorali grandeggiano solo al passato remoto – e da quella distanza eccitano i moralisti anarchici, Nietzsche in testa.

Si darà il caso che gli inattuali, usciti volontariamente dal tempo storico, si elettrizzino anche per i più canaglieschi contemporanei?

Il tempo di quattromila anni di sapere, millenni di delitti, la cappa della vecchiaia e poi i sogni sfumati, schiacciati dalla greve macchina della Morte.

«…venite, disserrate le labbra / chi parla non è morto»: versi di Benn che mette a punto una disciplina per dissoluti estremi, non ammettendo i trucchi del poeta che si finge morto. (Versi riportati in omaggio allo scomparso.)

La glorificazione della sterilità. Ceronetti in un compìto addio, scrive che i testi del suo amico, i suoi pensieri cupi,  gli procurarono la «voglia di urlare di gioia», euforia per la scoperta di affinità, per la capacità di odiare brillantemente questo mondo. Ebbri dell’Abgründgluck, espressionismo dell’ultimo secolo. L’italiano celebra Cioran come un profeta annunciante «la verità che l’uomo è un dio falso, e il più falso degli idoli».

Dalla scorza negativa venne fuori un po’ di compassione in un suo discorso sulla gloria. Saggio di virtuosismo nella più alta tradizione dell’oratoria francese, Cioran invoca a chiare lettere la pietas: amore per i propri difetti, esercizio di adulazione del prossimo. I veri moralisti del resto lo sanno, una volta persa ogni fiducia nel genere umano, si può portare salvezza ai singoli individui, consolarli, lusingarli.

MESSIANESIMO - «Gli assembramenti di persone gli sembravano una garanzia di felicità» (Kracauer). Si riferisce agli anni Venti ma potrebbe essere l’epigrafe degli anni Sessanta-Settanta.    

 L’ITALIA - «L’Italia è un paese in cui ammirare i quadri; aspetta di andarci. Là devi visitare i musei, non puoi fare altro. È un paese orribile, non riesci a trovare neanche un sigaro decente», scriveva Henry James in L’americano. «Caro signore, ho seguito i vostri consigli: sono di ritorno da Roma dove ho trascorso molto tempo. Ho provato il fascino di questo bel giardino d’antiquariato in abbandono… Una città che insegna a servire per poi dominare»: è il cinese Ling-W.Y. che parla di Roma in La tentazione dell’Occidente di André Malraux. L’occhio del viaggiatore in Italia scopre la soffusa tonalità funebre nel paese del passato, nota quello a cui noi siamo abituati e che perciò non notiamo più, è assillato dalle tante colonne spezzate che formano un paesaggio di rovine che pure a noi non riesce a immalinconire (sono le care immagini degli avi, così come le fotografie scolorite dei nonni non rattristano). L’Italia che appare impassibile per avere trionfato sui crolli dell’impero con il piacere delle sovrapposizioni, con la destrezza nel sottrarre i capitelli agli dèi pagani onde glorificare il Dio cristiano…

Per chi scrive di questo paese ogni giorno sui giornali dovrebbe essere una lettura obbligatoria, e s’intende a piccole dosi, quella degli infiniti tomi che compongono «Il viaggio in Italia», genere letterario costantemente aggiornato. Un buon effetto di straniamento. I più segreti vizi italici saltarono agli occhi di giovinetti pii e romantici che entravano nel paradiso dei loro sogni. La distanza geografica aiuta ad accostare la storia. È nota la cecità dei contemporanei di fronte agli accadimenti del loro tempo. La grazia di possedere questo sterminato archivio di sguardi estranei aiuta come minimo a scandalizzarci di meno delle vicende scellerate che puntualmente si ripetono e a non disperare. La nostra unicità non è un difetto, come pensano i gazzettieri.

I moralismi esibiti nei Novanta: un effetto di sazietà in un paese che per secoli fu affollato di affamati?

DIRITTO PUBBLICO - Quando ciascuno diventa dio di se stesso perde la saggezza di stabilire patti biblici con la divinità celeste. E patti pubblici, come quelli di Abramo, non trattative personali e magiche, come invece pretendono le pratiche gnostiche.

ART POUR L’ART? - Il romanzo – sia o no il genere cristiano per eccellenza, come voleva Bachtin – diventa surrogato, impalcatura, trama di altre finzioni.

MALI - Parafrasando Wittgenstein, possiamo dire che «quando tutti i possibili bisogni economici sono stati esauditi, i nostri problemi vitali non sono stati nemmeno toccati». E tuttavia non per questo si possono trascurare le ciclopiche battaglie per alleviare i mali sociali, anche se alcuni pensavano seriamente di sconfiggerli del tutto. Fu una pretesa ottocentesca, anche un po’ ridicola,  affermare che bastasse risolvere la questione sociale per risolvere il problema metafisico. Fu tuttavia una intuizione importante trovare in molti idoli metafisici gli effetti della fantasmagoria delle merci.

Sulla falsariga della settecentesca «impostura sacerdotale», la «sinistra» ha continuato a credere a una «impostura del potere», riducendo l’inganno ideologico a un piccolo imbroglio di manigoldi da tre soldi.

Vengono contrapposti in genere mito e logos, quasi che il primo fosse un blocco marmoreo, morta presenza, che la viva voce anima come Gesù con Lazzaro. Il mito è anch’esso parola, racconto che interpreta le immagini scolpite dagli umani.

L’ETÀ DELL’ATEISMO - In Occidente la generazione che è cresciuta nell’ateismo di massa, ormai raggiunta la maturità, imbattendosi nei numerosi casi che fuoriescono dalle medie statistiche della nuova, progressiva, longevità, comincia a fare i conti con la morte. Non basta allora l’infinita terapia psicoanalitica, non basta l’abuso del termine depressione per ricoprire la solitudine lancinante dell’anima, non sono bastate le traduzioni politico-sociali della Bibbia, né le pillole che bruciano le cellule del cervello, a ben altre droghe ricorrono in molti. Se alla miscredenza illuminista degli eletti si replicò con il romanticismo e con un Ottocento che ricostituì templi domestici e nazionali, adesso per scontare l’ateismo la folla senza religione si appiglia a grossi anestetici di massa. È così che la ‘cultura’ diventa un calmante.

(3.- continua)

venerdì 5 giugno 2015

Il matrimonio messo a nudo

~ IL SÍ AL NULLA 
DAVANTI A UN UOMO
CON LA FASCIA DI TRE COLORI ~

«Per finirla lietamente
e all’usanza teatrale
un’azion matrimoniale
le faremo ora seguir» 
Lorenzo da Ponte, Le nozze di Figaro

Difficile fu giustificare il matrimonio ‘civile’. Ovvero, come incatenare due persone per buona parte della loro vita, senza la grazia che scenda dall’alto a vincere il tempo che vince l’amore.  Che cosa non si inventarono i filosofi. Fichte parlò di uno spazio giuridico dove la donna si sottomette all’uomo con un atto di libertà. Riconosceva, bontà sua, che «la tendenza umana è egoistica» ma al tempo stesso pareva convinto che «nel matrimonio la stessa natura guida [il coniuge] a dimenticare se stesso nell’altro»: chissà mai per quale miracolo del pubblico funzionario che li unisce, la pancia incoccardata, quali marito e moglie. Kant con germanico puntiglio si imbrogliava nel «contratto con prestazioni corrispettive» che permetteva, in penoso linguaggio burocratico, il possesso giuridico del piacere ricavato dagli organi sessuali. E l’apologeta dell’intelletto, l’intellettuale disinteressato alle questioni amorose e mai tentato – pare – dalla libidine, esponeva il suo contratto in questi termini procedurali: «le parti genitali si cedano nell’uso e parimenti l’intero corpo». Una faccenda davvero borghese, una pochade in cui annega la filosofia del diritto. Senza la veste sacra, fuori del mistero impresso dal cristianesimo alla passione umana, questi poveri teorici post-libertini, questi professori pedanti quanto timidi, erano alle prese con il pudore, la ritrosia,  i corpi, gli amplessi, i diritti dell’uomo e della donna che mal si conciliavano con gli istinti del maschio e della femmina, la riproduzione della specie che si voleva sottratta all’attività puramente animale, la fragilità dei sentimenti, le proprietà e i beni d’ogni natura che si mediavano con l’amore. La soluzione tentata dal supremo illuminista fu di ridurre l’amore a un rapporto giuridico. Hegel se ne scandalizzò e la definì «una sconcezza». Ma kantiani o hegeliani, illuministi o romantici, contrattualisti o idealisti, il problema di fondo consisteva in questo: se siamo di fronte a un fatto privato, perché in tanta privatezza lo Stato deve intervenire e celebrare i matrimoni? Perché violare con la mano pubblica l’intimità dell’alcova?

Hegel spiegava il riconoscimento pubblico del matrimonio come l’ingresso dell’amore nella collettività sociale. L’amore perciò, sosterrà nelle Grundlinien der Philosophie des Rechts, viene così «liberato da tutto quello che può avere in sé di passeggero, capriccioso, soggettivo; per cui il matrimonio diventa un dovere etico, di fronte al quale le considerazioni delle inclinazioni, della previdenza, dell’interesse scompaiono». Argomentazioni che neppure un papa oggi oserebbe proporre. Più prosaicamente, nel dialettico rapporto tra sposi e Stato dei tempi che furono, si poteva intravedere un nascosto interesse reciproco, noto a tutti ma da non scrivere a chiare lettere nelle carte costituzionali. Lo Stato istituzionalizzava la convivenza tra un uomo e una donna, offriva loro agevolazioni, regolarizzava i patrimoni dei due sposi, stabiliva le regole esteriori, assicurava per i figli che nascevano da questo matrimonio almeno la cittadinanza che consentisse di vivere nel territorio dei genitori e magari anche gli studi primari e, già prima del welfare, qualche forma di soccorso. In cambio si prendeva a disposizione la vita dei figli maschi onde rischiarla sui campi di battaglia per le guerre che combatteva;  più in generale poteva contare sul numero dei sudditi che era potenza, e nel più misero dei casi sulle braccia da impiegare nei campi agricoli e sugli uteri per riprodurre la popolazione. Lo Stato non avrà scrupolo naturalmente di utilizzare per i suoi fini anche le famiglie nate dal matrimonio cristiano, sacramentale, davanti al sacerdote cattolico, o da quello comunque religioso, davanti al pastore protestante o al rabbino. Ci apporrà il suo marchio. Dopo la Rivoluzione francese si era tolleranti, gli eserciti esportatori di democrazia non guardavano troppo per il sottile in fatto di arruolamento, anzi, di fronte alla coscrizione obbligatoria, tutti i credo religiosi andavano bene, valevano lo stesso. Anche l’agnosticismo otteneva il suo rispetto pubblico e risultava addirittura più caro allo Stato repubblicano e laico. Ma a prescindere dalla forma statuale, c’era bisogno di confermare il matrimonio e la famiglia anche per chi non si riconoscesse in una religione, anche per le ristrette minoranze degli atei. Nulla doveva sfuggire all’onnipotenza dello Stato. L’amore finiva così per sottostare alle leggi civili. Il laico mimava anche in questo campo il cerimoniale religioso. E il libero pensatore che non voleva disonorare l’amata agli occhi del vicinato si sottoponeva al rito ‘civile’. Nessuna dignità fuori di questo Stato, dunque, addirittura gli inferi della illegalità per i rari ‘anarchici’: guai agli amanti segreti, ai figli irregolari, senza nome; sospetti i separati, comunque in disgrazia.

Adesso lo Stato non richiede più sacrifici umani, alla guerra, come nei tempi pre-moderni, si va solo per soldi. La cittadinanza sarà presto distribuita in generosa abbondanza, le frontiere in via di smobilitazione, i cognomi – materni o paterni, aggiunti o meno – possono esser scelti per gusto estetico o per affettuosità, tanto l’occhiuta informatica garantisce ugualmente l’identificazione e il pagamento delle imposte (che è cosa più sacra ormai del nome). Nessuno persegue più nessuno per il concubinato che una volta fu messo tra i reati. Nessuno nel nostro mondo ha bisogno del riconoscimento pubblico alla sua affezione per garantirsi rispettabilità sociale. Appena un ricordo, casomai, della tradizione intesa come fiabe, cinema rosa, ripetizione ironica di quel che fecero con candore, con fede cioè, i padri e le madri. Né gran parte degli sposati sembra voler mettere al mondo figli, e casomai le future madri li posticipano alla laurea, al salto di carriera, materialismo gretto che neppure nel secolo positivista si vide mai, lasciando le nozze programmaticamente infruttuose. Ebbene, se il matrimonio è sottoposto a tutti i capricci degli umani, e prescinde dalla procreazione coniugale come dai sessi coinvolti (cominciando a introdurre figure terze e quarte per generare), comunque annullabile senza alcuna motivazione valida, con separazioni automatiche, con divorzi ripetibili all’infinito in base all’esclusiva tirannia dei desideri, perché mai lo Stato deve ancora intromettersi negli affari di cuore? Come fa la legge a tener testa ai desideri che non concepiscono più alcun limite? Se è l’amore canzonettistico a dettar legge, se è l’uzzolo a pretender diritti, lo stesso Kant si ritrae, al suo laico contratto matrimoniale viene a mancare il fondamento. Per non parlare della sofferta architettura filosofica di Hegel: lo Stato che ordinava eticamente le passioni e si arricchiva della prole è tramontato tra le risate liberiste della stessa parte sinistra che pur resta statalista in materia fiscale. Viene il sospetto forte che oggi l’unico motivo per cui ci si sposi ‘civilmente’ sia la reversibilità della pensione e altri benefit, insomma un affare di denaro. Già, l’«argent fait tout», si canta a teatro. Una burla sociale. Una cambiale di matrimonio priva della soavità rossiniana. Al massimo, una tendenza alla parodia cui il parodiato non è però tenuto affatto a prestarsi (anche perché già ci scherzò sopra con grande spirito faceto, ed è passato un secolo, Marcel Duchamp nella Mariée mise à nu par ses célibataires). Anzi, senza ridicolizzare ulteriormente il matrimonio, si può risolvere la questione con una leggina che regali sesterzi a tutti i conviventi, facendo astrazione dalle nozze, una specie di reddito universale in morte di uno dei due che vivono sotto lo stesso tetto, ma che premi anche chi sopravvive al fratello o alla sorella senza aver consumato incesti, o un figlio che ha condiviso l’esistenza celibe con la madre, o un monaco che si è rinchiuso per sempre con un altro monaco in una trappa… Insomma, vitalizi per tutti, salvo che per i solitari ostinati, con qualche onere in più per le pubbliche casse ma con un equivoco in meno. E una esortazione: orsù, un po’ di coraggio, non invocate i codici per ogni aspetto tragico o sublime della vita, non mettetevi sempre sotto la protezione dei legulei. 

Ecco allora una ennesima, modesta proposta di questo «Almanacco». Il titolo sarebbe «Perché il matrimonio civile non s’ha più da fare». Senza ricorrere ad altri referendum popolari o a continue leggi che abbrevino i tempi dei divorzi o che allunghino il numero dei soggetti del matrimonio, estendendolo magari anche ad altre specie animali, con la più scatenata fantasia sul tema; accertato che la fede nei penati e nel vincolo è del tutto evaporata; che le abitudini sociali, anche nei paesi più remoti della penisola, si sono adeguate alla onnipotenza dell’amore senza altro impegno; che nessuno in Occidente si sente nella illegalità per qualche passioncella vissuta, che talvolta anzi figlioletti cresciuti accompagnano senza segreto e senza imbarazzo alcuno i genitori alla festa sponsale quando questi decidono secondo l’estro di celebrarla dopo anni di famiglia informale; che l’unica credenza è nell’effimero sentimento; preso atto che si richiede ai pubblici poteri la celebrazione nuziale con lo scopo precipuo di organizzare un banchetto e di procacciarsi nell’occasione non pochi doni consistenti in liste preordinate, oltre che per finalità pensionistiche; l’istituto del matrimonio è abolito. (Resta naturalmente il sacramento per i cattolici che, si spera, non abbiano al momento di consacrare la loro unione all’altare troppe riserve mentali sulla possibilità della opzione n.2, benché prevista da alcuni teologi e vescovi tedeschi, visto che nessuno obbliga più nessuno a  sposarsi. Naturalmente, qualcuno griderà alla discriminazione: non è giusto che il Paradiso venga promesso solo ai credenti, lasciando fuori una parte della popolazione, quella inflessibilmente incredula. Si spera dunque in un papa così  misericordioso da fare del premio eterno un bonus per tutti. E d’altra parte ci sarà a questo punto chi obietta che la ‘salvezza totalitaria’ imposta ai non credenti è assai iniqua cosa, una nuova forma sottile di proselitismo, che perciò meglio sarebbe abolire le religioni in blocco, ecc. ecc. ).

mercoledì 20 maggio 2015

L'epoca della leggerezza

~ IL SECOLO SANGUINOSO
SI AMMANTA DI GRAZIA LUDICA ~ 
~  «IL ‘900», II PUNTATA ~ 

Diari lontani (1989-1995) per cercare il bandolo del secolo scorso. Per la puntata precedente cliccare qui.

TROMPE-L’OEIL - Un Curtius splendidamente sintetico: «… in tutti i paesi d’Europa gli artisti della giovane generazione producono oggi, in sorprendente unanimità e come se si fossero passati una parola d’ordine, un’arte che scandalizza i più vecchi e che non è capita nemmeno dai critici meglio disposti, tanto che questi credono di trovarsi di fronte a una farsa gigantesca che unisce Europa e America come in una congiura […]. L’arte, per così dire, non viene presa sul serio, è sparito tutto il pathos religioso di cui si era circondato il godimento estetico da duecento anni in qua […]. Per il nuovo sentimento vitale, l’arte possiede la sua grazia e il suo incanto quando è gioco e gioco soltanto. Questo spostamento di accento nel campo estetico corrisponde alla nuova coscienza, al gioioso sentimento di festa che si è sostituito all’etica del lavoro del XIX secolo. […] Oggi preferiamo tra i valori dell’azione quelli che sono del tipo dello sport, cioè del puro lusso. […] «Anche nella politica […] si è manifestata una tendenza à la baisse. Oggi si fa meno politica che nel 1900. Nessuno si aspetta più la salvezza dalla politica: non riusciamo più a capire come ai tempi dei nostri nonni si potessero drizzare barricate per formule costituzionali […]. Libertà non è più per noi una parola inebriante. Ortega crede per questo che si sia conclusa l’èra delle rivoluzioni: le utopie politiche hanno perso la loro forza d’attrazione, noi riusciamo a penetrare oltre il loro carattere chimerico e alla politica delle idee succede una politica delle cose e degli uomini. Ma soprattutto la politica sparisce dal primo piano degli interessi umani, diventa un mestiere come un altro, indispensabile ma senza accenti patetici: non si muore più per le idee politiche». Ogni frase dello scritto citato, talvolta le singole parole, si accomodano così bene ai nostri giorni, li riassumono disinvoltamente e garantiscono di un passaggio definitivo, confermando le convinzioni raggiunte a fatica negli ultimi tempi, che è terribile scoprire la data di questa pagine: 1924. Una data tanto remota – precedente le liturgie surrealiste e la tirannia del georgiano sulla Russia – sconvolge infatti ogni certezza storica, ogni diagnosi di media durata sulle tendenze del mondo. Adesso sappiamo. In quell’anno 1924 si credevano leggeri e desacralizzati, dovevano precipitare nell’Inferno, schiacciati da massi carismatici. L’arte ludica sarà sconfessata dal realismo imposto dagli assolutismi montanti, dalle culture di regime, dalla gravità espressionistica delle vittime, dalla indicibilità delle stragi che non trovava più una forma decente per rappresentarsi, dalla fuligginosa letteratura dei rimorsi, dalle teorizzazioni ricorrenti dell’engagement. L’ideologia della festa che doveva sostituire l’etica del lavoro verrà affossata qualche anno dopo, di fronte ai rischi di immiserimento scaturiti dalla crisi del ’29, operai d’acciaio saranno celebrati a Mosca come a Berlino – mentre a Parigi ci si limiterà ai poveri ma belli del Front populaire, poi le fabbriche che si accenderanno nel delirio bellico e l’ethos del lavoro finirà nel cartiglio all’ingresso dei Lager. Le «utopie politiche hanno perso la loro forza di attrazione», scrive Curtius: non gli faceva velo l’acutezza, era la storia che stava tirando un brutto scherzo ai credenti del progresso. Ci si accostava leggeri alle più micidiali macchine politiche e mezza Europa sarebbe finita stritolata nei loro ingranaggi, schierata in utopici fronti di lotta, pronta a sacrificare vite umane, città, memoria, tutto quanto di umano era possibile offrire. In qualche modo, costretta a farlo. Milioni di morti con le divise ideologiche, con i contrassegni di diversi colori a marchiare le vittime: politica e morte trovarono un connubio che nessun machiavellico aveva mai teorizzato in sì sproporzionate misure. D’ora in poi, dopo aver letto l’inganno ottico di Curtius, tutte le cautele sono legittime. E infatti da mezzo secolo in qua sono state ripetutamente avanzate. Sogghigna il negatore del semplicismo progressista, sa che i richiami dell’inumano son sempre più forti di ogni ragionamento. Ma il quadro tracciato dall’attento filologo non era un vaneggiamento fantasioso, più probabilmente si confuse soltanto la prova generale con la ‘prima’.

Nonostante tutto, «revisionista» è un bell’attributo.   

UN RUMENO A PARIGI - È possibile mantenersi ‘buoni’ facendo i complici di Stati tirannici tanto efferati quanto quelli novecenteschi? Esistono complici in ‘buona fede’? che cos’è la buona fede in politica? Che ‘buono’ poteva mai venire da certe complicità con la Russia o con la Germania? Anche di simili cose parlava il giovane Cioran quando, esule rumeno disoccupato a Parigi, scriveva «a un amico lontano» rimasto dall’altra parte della cortina di ferro, parlando di «due tipi di società»: «la vostra parzialità nei confronti di quella dell’Occidente, di cui voi non distinguete con chiarezza i difetti, dipende da quella distanza: inganno ottico e nostalgia dell’inaccessibile. […] Che da lontano voi ne abbiate una visione mirabolante è del tutto naturale: dal momento  che io la conosco da vicino è mio dovere combattere le illusioni che potreste avere al suo riguardo. Non che mi dispiaccia del tutto – sapete il mio debole per l’orrido – ma il dispiego di insensibilità che essa esige per essere sopportata va al di là delle mie risorse di cinismo. Si può dire che le ingiustizie vi abbondano: per la verità è la quinta essenza dell’ingiustizia. Solo gli sfaccendati, i parassiti, gli esperti in turpitudine, i piccoli e grandi porci profittano dei beni che essa mette a disposizione dell’opulenza di cui si inorgoglisce; delizie e abbondanza di superficie. Sotto il brillante che mette in mostra si nasconde un mondo di desolazione di cui vi risparmio i dettagli. Senza l’intervento di un miracolo, come spiegare il fatto che non si riduca in polvere sotto i nostri occhi, e che non la facciano saltare in aria immediatamente? ‘La nostra non è migliore. Al contrario’, mi obietterete. Lo ammetto. È proprio questa la faccenda. Ci muoviamo davanti a due tipi di società intollerabili. E, quel che è grave, gli abusi della vostra permettono a questa di perseverare nei suoi, e di opporre assai efficacemente i propri orrori a quelli che si praticano da voi. La critica decisiva che si può muovere al vostro regime è di avere distrutto l’utopia […]. La borghesia ha compreso il vantaggio che ne poteva trarre contro gli avversari dello statu quo; il ‘miracolo’ che la salva, che la preserva da una distruzione immediata, è proprio lo scacco dell’altra parte, lo spettacolo di una grande idea sfigurata, il disinganno che ne è risultato e che, impadronendosi degli spiriti, finisce per paralizzarli». Il depresso con «il debole per l’orrido» spiega la ferocia del mondo. Intanto il suo interlocutore, l’«amico lontano», adesso ha un nome, era Costantin Noica, torturato nelle galere di Ceausescu e tradotto negli ultimi tempi anche in Italia. A leggere le pagine sulle sue prigioni, sulla brutalità da Ludus Dacicus, viene il dubbio che l’analisi di Cioran manchi di equilibrio. Ci si convince che il rumeno con «il debole per l’orrido» doveva restarsene in patria e magari finire nelle stanze di tortura del regime se voleva sperimentare qualcosa veramente forte invece di fare il turista a Parigi per godersi lo spettacolo dell’Apocalisse sui boulevards. Si resta pure meravigliati dell’attenzione per le utopie sfigurate che mai ci saremmo aspettata da un tipo che si rappresentò sempre come un bruto nichilista. Ma adesso che quegli staterelli sadici son venuti giù in presa diretta nessuno naturalmente si mette a fare confronti tra cinismo a Ovest e a Est. Solo gli sciocchi potevano pensare che dalle ceneri del comunismo sarebbe nato un mondo più buono. Non ricordavano come l’idealismo europeo fu travolto dalla conquista armata del pragmatismo democratico degli Stati Uniti vincitori. 

TECNICI - Nel secolo che ormai finisce quante persone si potevano incrociare in Europa che avevano maneggiato armi proprie e improprie, uccidendo «innocenti» o «colpevoli», uno solo o tanti, in imprese belliche non sempre ufficiali. Non soltanto i tecnici delle docce fatali. Anonimi omini, magari pensierosi, talvolta con la benedizione del pensiero dominante, talvolta maledetti dalle maggioranze. La retorica pubblica continuava a emettere sentenze che raggiungevano anche le coscienze.

SDOLCINATURE -  Negli ultimi decenni la Chiesa di Roma ha lasciato circolare l’idea che l’amore divino sia di grana terrena, ossia assai sentimentale. Contro il cattolicesimo potrebbe tornare l’accusa ricorrente di scivolare nel paganesimo: gli abitanti dell’Olimpo, si racconta, erano mossi da passioni erotiche e in qualche caso da innamoramenti pedestri. Ma i numi pagani conoscevano anche le crudeltà, gli inganni, le turpitudini. Il probo Dio cristiano viene ridotto a un essere esclusivamente sentimentale, con le smancerie del peggiore bigottismo, imagerie per pie popolane ottocentesche.  In confronto i salotti del pietismo mostravano almeno sentimenti più fieri. In quei circoli si fremeva di santo orgoglio, sopravviveva qualche lampo della ferocia luterana e ogni tanto si sfiorava il sublime. La leziosaggine di tanta teologia cattolica attuale è soltanto un magistero tardo romantico.

GALATEI - Per imporre un tabù è richiesta una energia religiosa che manca al liberalismo. Resta un divieto da manuale di buona creanza affinché non sia espressa in pubblico, come faccenda di gusto, la predilezione per una razza o per una nazione.

LAVORI SPORCHI - «Commercio, Musica Operistica, Cupido, Pubblicità, Manifatture, Libertà di Parola, Suffragio Universale, Gastronomia, Igiene Personale, Concerti Balneari, Parto Indolore, Astronomia per il Popolo», un florilegio dei valori democratici messa a punto dall’ebreo commerciante, pubblicitario, Leopold Bloom nell’Ulysses di Joyce. Bloom, sobriamente pravo, mostra i suoi talloni d’Achille nel masochismo e nel feticismo. La psicologia si è scarsamente occupata delle perversioni del democratico.

SUFFRAGIO ELETTORALE - Si lesse per la prima volta in chiesa la parola «suffragio», sulla cassetta delle elemosine: «in suffragio delle anime del Purgatorio». È perciò sempre risuonato come «sollievo per la società», una carità cristiana per soccorrere la società febbricitante, un aiuto per bloccare la paura che fonda la politica. Ma, per via delle anime dell’Aldilà, evoca anche una folla di fantasmi, la insondabile Opinione Pubblica che irrita e scandalizza gli amanti della concretezza.

NEL REGNO OSCURO - Chi non fu mai stregato dai bagliori della destra estrema? E chi resistette sempre alla commozione delle parole d’ordine di sinistra, almeno al loro suono, senza sondarne il senso? Nelle faccende politiche nulla è più inutile degli scongiuri. Sappiamo pure quanto le tentazioni sataniche – le passioni scriteriate, la violenza sottile, la facilità ludica, la carnalità grossolana – siano talvolta irresistibili. Se Heidegger e Jung hanno ceduto per qualche tempo alle seduzioni della ideologia tedesca del Terzo Reich, i più comuni mortali saranno maggiormente esposti alla politica demagogica. Ogni volta che qualcuno impreca contro lo stupidità delle folle che si lasciano ingannare dai tiranni, nasconde a se stesso quello strano erotismo che vibra nei movimenti di massa, nei loro gesti collettivi e pesanti. Tutti sanno per scontata confidenza con le passioni amorose come se ne possa finire stremati e istupiditi ripetute volte, guarirne e ricadere innamorati, dal momento che «il cuore ha le sue ragione che la ragione non conosce», secondo quanto recita Pascal. Il naso di Cleopatra non appartiene alla Bellezza né alle cose ragionevoli, eppure è noto che travolse la storia come tanti nasini alla parigina non riuscirono mai. Anche il più severo democratico non può negarsi una discesa nel «regno oscuro», una immersione nello ctonio, a osservare la parte nascosta della società, a indovinare i capricci plebei, a conoscere le pulsioni malsane degli elettori. Chi si mette ai voti non può distinguere tra sani e malati, tra colti e ignoranti, tra geni e ottusi. Al contrario del sistema aristocratico che delega il comando ai valorosi, ai puri, ai sani, ai virtuosi che sanno resistere a ogni tentazione ed esercitano con spirito superiore la sovranità, senza badare ai propri interessi, senza vili egoismi. Ma dal momento che la democrazia liberale esalta l’egoismo del mercato, l’armonia che paradossalmente ne scaturisce, perché ci si deve immaginare i politici di quel mercato, gli arconti che lo sovraintendono, estranei al vigoroso egoismo che lo ispira, insensibili alla corruzione del denaro?

LA PAROLA-CHIAVE  - «Complesso» è l’aggettivo dietro il quale si nascondono tutti gli apologeti dell’attuale sistema occidentale che non vogliono affrontare i drammi contemporanei. Fate domande su argomenti delicati, sfiorate i tabù sui quali si regge la democrazia, le contraddizioni angosciose, e il paladino di turno vi risponderà che «la questione è più complessa». Non si può semplificare, non si può attingere alla semplicità evangelica del «sì sì, no no». Ma va allora detto che la complessità del regno di questo mondo di oggi non si riduce neppure agli schemi marxisti, a quelli keynesiani, insomma alle teorie di un tempo che ancora potevano essere tradotte nella divulgazione per il popolo. Il quale, più estraneo che mai a quanto scorre davanti ai suoi occhi, ai paesaggi storici stravolti, al tempo e spazio modificati, ai corpi nuovi perfino e alla biologia che li racconta,  nonostante l’istruzione di massa e le lauree e l’acculturazione perenne, costruisce  proprio con i vecchi strumenti appresi (e con una insolita arroganza per via degli studi fatti) dei modelli arcaici, una rozza fede nel bene e nel male, l’idea fissa di contare senza remore il denaro altrui, il culto dell’invidia sociale, senza più rispetto per il mistero che ancora ieri circondava il potere e che evitava ai sudditi la spiacevole (e falsa) sensazione d’essere costantemente derubati.    

COMPROMESSO STORICO CON I DÈMONI - Lontano dalle polemiche contingenti e avendo visto i risultati nel lungo periodo, l’impresa di Konrad Adenauer nella Germania del dopoguerra appare degna di rispetto. Non solo e non tanto per la ricostruzione di un paese vinto e raso al suolo – anche il regime precedente aveva realizzato opere titaniche in questo campo –, quanto per essere riuscita ad abbassare la febbre dopo la catastrofe. Arduo in un paese che subiva la sua seconda sconfitta storica in pochi anni, perdendo ogni residua speranza ma coltivando per forza di cose odi, rancori e lutti. Adunare una folla di furiosi e modularla in una politica paziente nonostante una parte della patria fosse ancora più marcatamente schiacciata dai vincitori e occupanti in armi, nonostante quel pezzo di Germania fosse separato e circondato da frontiere che apparivano muri di prigione con tanto di filo spinato e torrette di guardia; evitare sommovimenti suicidi e mantenere una dignità nazionale con i vincitori che volevano anche impartire lezioni di etica, fu un’opera virtuosa. Nel 1945 non c’era stata nessuna conversione e neppure quelle furibonde fiammate insurrezionali per i morti i bombardamenti e la fame che si ebbero nelle città del Nord d’Italia. Sgomenti davanti alla autoeliminazione dei capi, restavano fedeli alla Germania; spararono fino all’ultimo colpo nei villaggi dove entravano i carri armati nemici. Non ebbero la disinvoltura degli italiani che, addossate le colpe ai duci idolatrati fino a poco prima, si tolsero le divise brune e con abiti o stracci primaverili corsero incontro festanti alle truppe anglo-americane che chiamavano confidenzialmente gli Alleati. E a Ovest della Germania non ci fu neppure il rito ipocrita che nella Deutsche Demokratische Republik segnava in nome di Fichte, prontamente aggregato al socialismo moderno, la purificazione del passato. Fu però imposta alla Repubblica di Adenauer l’altrettanto ipocrita «denazistificazione», i corsi serali di democrazia, inutili come le prediche forzate agli ebrei nel ghetto di Roma sotto i papi, e come quelle soltanto umilianti. Senza palingenesi vere, dunque, Adenauer si sobbarcò il lavoro sporco che i socialdemocratici si potettero risparmiare, traghettò milioni di seguaci dei dèmoni nel nuovo mondo. Molte voci stigmatizzarono il fatto che questo nuovo mondo avesse i caratteri della potenza d’oltreoceano vincitrice della guerra. La diversità europea, d’altronde, era stata rasa al suolo in quei pochi ma terribili anni di combattimento. Il vecchio cancelliere riuscì a impedire la rinascita di un partito di rancorosi. Evitò pure di favorire élites già scremate, già «dalla parte giusta», attingendo invece nel fangoso impasto di masse inarticolate e costrette a essere  silenziose dalle disposizioni della «resa incondizionata» (proibito parlare pubblicamente di quello che era successo, censurati anche i libri dei poeti, quelli di Benn per esempio). In questa zona della sanguinaria vecchia Europa il ruolo dei partiti era comunque diverso dalle macchine elettorali americane, negli Stati Uniti non si contrapponevano il partito rivoluzionario e quello conservatore, il partito cristiano e quello laico…

ATTESE - La «sinistra» italiana si considera tra i vincitori anche senza aver vinto mai una competizione elettorale. È un destino, un vento del progresso che spinge da quella parte. Tentano la scalata da circa un secolo, con immense aspettative, che renderebbero deludente qualsiasi governo.

LINGUA RIEDUCATA - Il 1945 appare uno spartiacque anche per certe parole. È provvisoriamente sospesa l’aggressività verbale, compreso il tono aristocratico con il suo seguito di altezzosità. Chi cambiava la divisa o chi tornava da Mosca si adattava al nuovo linguaggio, sostenendo talvolta di averlo già parlato in passato, sia pure in codice. Ma c’era chi riteneva di subire adesso una censura metafisica e non parlò quasi più. Ezra Pound fu l’icona di questi uomini silenti. Scrisse tuttavia ancora cose notevoli che resistettero alla rieducazione imperante. Molti altri si mostravano miti, avviavano un ciclo cortese. Non mancò chi spendeva parole di circostanza per le vittime. Gli scrittori comunque non videro passare indenne la lingua da questa frontiera temporale. Cominciarono molti eufemismi su su fino alle attuali misericordiose circonlocuzioni per ogni malformazione fisica, spirituale e sociale. Finisce qui l’interminabile età della Tracotanza, ultima pratica dell’Ancien Régime sopravvissuto per due secoli al suo crollo. Non c’è più dispregio per persone, categorie, classi sociali, nazioni, razze. Un filosofo hegeliano moderato e avversario della reazione argomentava la sua estetica, ancora nel pieno Ottocento, esprimendosi così: «il cretino è ancora più brutto del negro perché alla deformità della figura aggiunge l’ottusità dell’intelligenza» (Karl Rosenkranz). Non diverso era il tono dell’agitprop comunista nei confronti del borghese, insulti che ustionavano, con condimento di minacce fisiche. Si era visto Lombroso marchiare le «facce da delinquente», la signora umiliare i servitori, Thomas Mann attaccare il cancelliere croceuncinato ricorrendo allo scherno del nobiluomo stizzito dal plebeo: «affetto dall’isteria del dégénéré inférieur», era la diagnosi. Se si considera che, negli anni precedenti la guerra, alla antica tradizione boriosa si era aggiunta una scuola attiva di violenza verbale, una campagna pubblicitaria per accumulare disprezzo su alcuni, va rilevato che il passaggio d’epoca fu impressionante, nessuno da allora in poi osò più dire in pubblico «degenerato inferiore». La catastrofe era stata così vertiginosa che ai più parve opportuno smetterla anche con le affermazioni guascone. Una espiazione all’insegna della discrezione. Che scivolò nell’èra mediocre.

FORTUNE - La ricchezza è meno effimera di un tempo, diciamo dell’Ottocento. Arriva magari in una generazione, quindi in genere con maggiore rapidità, e difficilmente sparisce con altrettanta prontezza. Tende casomai a consolidarsi. Le disastrose rovine, i fallimenti che puntellavano le trame dei romanzi, sono stati smussati da un liberalismo più moderato. Il cinismo del libero mercato pare atterrire anche i suoi assertori. Il trionfo del liberalismo appartiene ormai al XIX secolo.  Allora, imprenditori e finanzieri stavano al gioco, esposti alle minacciose conseguenze della potentissima roulette, mettevano in conto il tonfo del fallimento, proprio come era nel conto la morte, sempre lunatica. Nei romanzi balzachiani ci sono le devastazioni del mercato, i suoi capricci, che si accompagnano a quelli della morte e dell’amore. In seguito, forme di socialismo compromesso hanno corrotto questi eroi schierati al simbolico tavolo verde. Passati gli eroi che osavano sfidare la spietatezze delle libere avventure del denaro, che combattevano la guerra infinita della concorrenza, adesso ci si accontenta e si cercano pubbliche protezioni contro l’imprevedibilità della Fortuna.

LA DEA MODERATA - Nelle Eumenidi di Eschilo, parte finale dell’Orestea, Apollo sopraggiunto al tribunale popolare appena istituito da Atena pronuncia questa battuta illuminante: «I ceppi c’è chi li slaccia, c’è sempre mezzo di porre rimedio, di sciogliere». Contro la fatalità monarchica, contro i responsi arcaici scritti nella pietra, la fluidità del potere del demos, mercuriale. Successivamente, un’Atena con l’acutezza brillante di una dama settecentesca, elogia la moderazione: «Né senza una guida, né sotto un tiranno: questo, o cittadini, lo Stato che vi consiglio. Coltivatelo gelosi. Non abolite del tutto la paura dalla vostra cerchia. Chi al mondo si mantiene probo se non l’invade la paura?». Nel momento in cui la dea stabilisce una nuova giurisprudenza e nuove istituzioni, mentre stringe un accordo con Peitho, divinità della persuasione, del consenso, per fare accettare i cambiamenti alla città, proprio in quel mentre viene evocata la paura. Millenni prima di Hobbes è intorno a questo sentimento che si fondano gli accordi politici. Atena lo rivela spregiudicatamente, anzi consiglia il buon uso della paura come farà Jung con i suoi accoliti. Paura perché si sta distruggendo un pezzo di tradizione. Cambiano le leggi, le abitudini, la morale, e ci si sente tutti un po’ sacrileghi. Atena prende parte al giudizio e si esprime a favore di Oreste e, grazie alla parità di voti favorevoli e contrari, l’imputato può essere assolto. Prevale il nuovo diritto, la decisione – la conta dei voti – in luogo della verità. Al ‘giudizio di Dio’ che consacra il verdetto ecco invece un conteggio di voti, un trucco metodico per impedire un ulteriore spargimento di violenza. La sentenza del tribunale però non annulla quella delle Erinni, il coro fosco dei rimorsi, dei motivi morali. La verità politica, la decisione pubblica,  non va confusa con gli scrupoli, con i fantasmi delle angosce, i dolori dei pentimenti, la «segreta plebaglia dei dèmoni», come la chiama Omero.

LE IMPERFEZIONI DEMOCRATICHE - Gli apologeti del sistema democratico avrebbero potuto, a metà Novecento, argomentare così: il nostro lavoro consiste nel condurre i barbari in città. Allora, nelle città imbarbarite, si perderanno le belle forme e nel caos – non più rappresentabile dal partito unico come avviene per un elettorato armonico – si annunceranno dissonanze, morbi, deformità, leghe minacciose. È il kantiano «male necessario». Il semplicismo dei rivoluzionari, proprio della civiltà antica, pretendeva rovesciare, mettere a testa in giù, la società minata da una qualche corruzione, per bonificarla e riedificarla al contrario. Un uso impropriamente politico dell’avvertimento evangelico «gli ultimi saranno i primi». Il laborioso processo avviato dai moderati si accontenta di squilibrare e di riequilibrare su una enorme bilancia impersonale, al posto di un rapido intervento chirurgico. La democrazia si vuole sempre imperfetta, all’opposto della società immaginata dai filosofi. L’apologia di uno strumento che non funziona pienamente, in opposizione a un perfetto strumento cruento, è una buona allegoria di questo sistema. Lo illustra con gran gusto del paradosso lo scrittore cattolico Gilbert Keith Chesterton nella sua raccolta di piccoli saggi sul tema del «bello del brutto». Dove si legge una difesa del «coltello che taglia male»: «un coltello non è mai cattivo se non in rare occasioni, per esempio quando viene piantato con destrezza e precisione nel bel mezzo della schiena di qualcuno. Il coltello più scadente e meno affilato che abbia mai fatto a pezzi una matita, invece di appuntirla, è una cosa buona in quanto coltello». Da qui la scarsa avvenenza compensata dall’efficacia nei momenti di inclusione sociale al trapasso di epoca. Resta il fatto che in caso di legittima difesa c’è bisogno di un coltello che tagli e offenda per non rischiare il peccato di inefficienza nei momenti della città in pericolo.

Si impara a scuola che la rappresentazione comica è connaturata alla classe media. La democrazia, come il borghese, l’homo oeconomicus, rischia spesso il ridicolo.

VIRTÙ DELLA FRODE - Impensabile nel Medioevo cavalleresco il seguente insegnamento che, alle origini del mondo moderno, ci impartisce lo scandaloso Hobbes: «La forza e la frode sono, nello stato di guerra, due virtù cardinali». In contrapposizione all’aristocratico «onore», il filosofo inglese apre la schiera dei nuovi filosofi politici, senza tradizione, senza nobiltà d’origine. Onore è virtù da soldato, sostiene Hobbes, e solo una società a misura di soldato, una società militarizzata, può essere fondata sull’onore. Quella degli uomini qualunque, che si costituisce proprio per evitare la guerra, dunque incapace di esercitare l’arte delle armi, si impadronisce invece dell’arte della politica, che sa come l’uomo civile, in mancanza della protezione militare, fugge nel momento del pericolo. Il mondo borghese perciò si costituirebbe, secondo Hobbes, per evitare i momenti di pericolo, per rendere il senso dell’onore completamente inutile. Inquietante questo «onore» agitato adesso dalle plebi italiche che mai ne ebbero uno e inquietante la questione morale glorificata in un tempo senza più morale.

PREISTORIA UMANA – Schopenhauer, non il materialista di Treviri, in un dialogo sulla religione: «Ognuno ammetterà che una razza la quale, secondo le indicazioni concordi di tutti i dati fisici e storici, non conta finora più di cento volte la vita di un uomo di sessant’anni, si trova ancora nella sua infanzia». Se il laicismo – come si è rivelato nell’ultimo secolo – è il surrogato della religione, allora si tratta, come tutti i succedanei, di roba economica, prodotti poveri per epoche povere.

ANALOGIE  - I rari dissidenti nella Germania in guerra, quei conservatori irritati per l’aspetto plebeo che aveva preso l’ex armata prussiana, ne descrivevano i caratteri infernali attribuendone la causa al demos imperante. Chissà se qualcuno di questi signori si era imbattuto nel passo di uno scritto di Max Weber, che risaliva all’indomani del primo conflitto mondiale ma trattava dell’Atene classica: «Al tempo della democrazia […] la guerra, che poteva sovvertire tutte le posizioni economiche dei proprietari, era un fenomeno cronico e si intensificò fino ad assumere un carattere di estrema brutalità in contrasto con la condotta delle guerre combattute dai cavalieri […]. Ogni battaglia vinta aveva quasi sempre per conseguenza il massacro di tutti i prigionieri: ogni conquista di città significava la morte e la schiavitù di tutti i suoi abitanti». Demos e guerra totale, impressionante binomio su cui meditò l’allievo cattolico di Weber, il Carl Schmitt per il quale i più retrogradi e spietati mezzi saranno sempre bene accetti pur di evitare l’abominio della guerra totale. Inorridirebbe a sentir parlare, come si fa oggi, di «guerra etica» o «guerra umanitaria», la più inumana impostazione di un conflitto, necessaria antesignana della guerra totale. Comunque, anche senza Weber, avevano tutti assistito alla Guerra mondiale che aveva partorito dal suo seno la Rivoluzione bolscevica, l’interminabile spietatezza  messa in campo per «cambiare il mondo».

TIRANNIE -  Ancora con la guida di Weber, a gettare uno sguardo nella violenta strategia delle masse che vogliono emanciparsi. Nell’antichità i diseredati attendevano l’affermazione del tiranno come i loro eredi sperano nella macchina burocratica rivoluzionaria. In ogni caso una medicina molto amara, un risvolto tragico che si è via via attenuato, corretto dall’ottimismo borghese, incipriato di progressismo. Un tempo pretendevano una sospensione della legge, una vendetta storica che comportava una ecatombe, l’annientamento del modo di vivere dell’avversario. La disperazione sociale si scontrava con l’agio borghese in un duello mortale. A Roma chi negava il diritto di voto per i liberti argomentava il suo rifiuto agitando il pericolo che dal suffragio dei parvenus uscisse una tirannide. Nel nostro secolo le due massime tirannie occidentali hanno conquistato il favore popolare e la maggioranza elettorale. A un certo punto la timocrazia pareva il destino d’Europa. La «bourgeoisie plebea» è una categoria weberiana per i liberti a Roma. Calza meravigliosamente alla borghesia di fine millennio, del secondo millennio dell’èra cristiana.

CONTROTEMPI - Il contrasto tra la frenesia del tempo effimero della rivolta e quello lento, troppo lento per i giovani, della politica realista. Ovvero, i giorni concitati per la follia della sommossa e quelli disperati della infinita ripetizione.

DUBBI - Nonostante lo sciupio attuale di lodi per il dubbio, i dogmi hanno resistito, soprattutto quelli infondati. La glorificazione dell’incertezza è uno dei manierismi contemporanei.

IN UNA VITA - Hans Blumenberg, mentre dispiega intorno alla bachiana Passione secondo Matteo un virtuosistico apparato di digressioni teologiche, erudizione biblistica, filosofia del Novecento, che fa da basso continuo alla singolare composizione dove il cielo di una liturgia luterana, di una liturgia privata, e la terra dell’arte umana si incrociano – si lascia scappare questa frase: «Fintanto che gli uomini avranno soltanto una vita da vivere, essi saranno inclini a credere che proprio nella loro vita debba realizzarsi ciò che ha significato e che cambia il mondo. Il potenziale di attesa è perciò sempre grande abbastanza […] per apocalissi di ogni sorta». Soprattutto da giovani, va aggiunto. Poi ci si concede una dilazione: se non è dato loro di scorgere l’alba del nuovo, certamente toccherà ai figli un simile privilegio. È la speranza più pura. Spesso confortata dai segni di immense trasformazioni che scandiscono il corso delle generazioni. Ma i fedeli di moltissime sette (quelle politiche comprese) hanno percepito la realizzazione di tali mutamenti come qualcosa di drammatico, di apocalittico appunto: «il mondo ha perduto la giovinezza, i secoli stanno diventando vecchi», si legge in una Apocalisse apocrifa. Un futuro slegato da ogni continuità stringe il cuore. Un futuro segnato da un duello cosmico e definitivo potrà pure inorgoglire ma getterà chiunque nel panico. I figli del XX secolo hanno vissuto con questo doppio sentimento: orgoglio luciferino (o prometeico) e terrore angoscioso. Quando in età matura perdono quella illusione di una esperienza esclusiva riscoprono gioie domestiche. In luogo delle macerie rivoluzionarie, si ristabilisce un orizzonte lontano che spegne l’angoscia, un paesaggio rigoglioso di dettagli, da decifrare pacatamente, una prospettiva graduata all’infinito, dove perdersi.

BACI - Aveva ragione l’architetto dell’Effimero nella Città Eterna quando la sera movimentata in cui cambiarono i connotati al suo partito diceva al telefono: «era meglio che avesse cambiato nome quando fu costruito il Muro di Berlino, non adesso che lo abbattono…». Si difendevano i truccatori del vecchio comunismo: «bisognava salvare il buon nome, l’onore di milioni di persone oneste che lo avevano votato». Già, in Italia i fiancheggiatori del bolscevismo erano per definizione «bonari», rischiavano però di essere travolti dai russi «cattivi» che stavolta si arrendevano alla realtà. Qualche perplessità fu avanzata sulla operazione in genere e, in particolare, sulla liquidazione gestita dai capi. Non si era più al 1956. Allora, di fronte agli atroci rapporti provenienti da Mosca che smentivano mezzo secolo della sua propaganda, i rossi condottieri, sempre colti e sprezzanti, dichiararono con innocenza da scolaretti «noi non sapevamo». Adesso la sterminata bibliografia sull’argomento che non ha aperto loro gli occhi può precipitare su quelle teste e così punirli per essersi mostrati a braccetto con dei mostri, per avere baciato sulla bocca Breznev. Non fosse che per quello, andavano epurati.

BANDIERE - Il crollo dell’Ottantanove ha lasciato sul campo due specie di vinti. Quelli che hanno fatto fronte al cambiamento di rotta e agli eventuali castighi per le scelleratezze compiute, subito indossando una diversa livrea o abbandonandosi ai rimorsi, fuori dalla scena pubblica; e quelli che, complici dei misfatti ‘orientali’, nel resto d’Europa, con dei distinguo e dei dissensi ma dalla stessa parte, finsero di non essere chiamati in causa. Non afferrarono che un unico destino li trascinava all’Inferno. Idea di Ghino (nobile e bandito), un vessillo rosso fu invece esposto alle finestre di un palazzo romano nelle stesse ore in cui sulle torri del Cremlino le vecchie bandiere venivano ammainate. Pareva rappresentare un eccentrico epilogo – fuori dal suo centro vitale, nella capitale cattolica, dunque nella estrema periferia del mondo industriale – alla maggiore epica dei tempi moderni. Non conteneva nessuna solidarietà bolscevica quella bandierina che in pochi notarono, annunciava soltanto che la campana a morto per il socialismo dell’Est suonava anche per quello dell’Ovest. Noi non fummo i cani da guardia dei patti di Jalta – pareva ricordare come una lapide su una tomba – ma ci aspetta la medesima sorte. Una sconfitta di tal fatta comportava la catastrofe per tutti coloro che avevano agitato qualcosa di rosso.

Chi si richiama alla Rivoluzione ormai (anno 1995) lo fa più che altro per un atteggiamento dello spirito, senza sentirsi per questo un funzionario politico, un «rivoluzionario di professione» come si diceva un tempo. Generico disprezzo per il punto di vista conservatore e generica predilezione per il tempo nuovo, costante Ereignis, l’evento heideggeriano, mescolato all’ottimismo insufflato dalla réclame  consumista.
  
LO STATO ESTINTO - Contrappasso alla statolatria tedesca. L’unico paese occidentale che ha visto per  ben due volte a distanza di pochi decenni scomparire lo Stato in virtù di un decreto è stata la Germania. Non soltanto infatti la DDR – ossia la vecchia Prussia e i suoi dintorni restaurata dai carri armati di Mosca e abbattuta nel 1989 –, già nel 1947 una ordinanza dei vincitori stabiliva: «Lo Stato prussiano è sciolto con tutto il suo governo e le sue strutture amministrative».

PURGATORI - I cristiani in tutte le sfumature protestanti e perfino una parte dei cattolici considerarono le aberrazioni del socialismo incarnato in Russia come dei peccati veniali rispetto a quelli che si commettevano nella dovizia occidentale. Dal momento che l’opulenza era annoverata tra i frutti satanici, quelle società miserrime e puritane, incatenate alla purezza del quanto basta, risultavano un esperimento «interessante». Non mancarono le critiche alle «offese alla dignità umana», linguaggio curiale per dire di campi di lavoro forzato e di corpi seviziati in stanze nascoste, ma la sostanza era accettabile, ammirevole l’ascesi sociale senza Dio. Di questo dettaglio non si diedero pena, non sembrava pensassero che a quei derelitti avevano tolto anche il premio celeste.

PATRIE - Una volta tanto la parola d’ordine da gridare nelle piazze conteneva un fondo di verosimiglianza soprattutto se coniugato al passato: «Il proletariato non ha nazione…». Non aveva infatti case resistenti al tempo, dimore amate, tombe di famiglia, un passato dolce da custodire e talvolta da rimpiangere, ricordi di nonni imperiosi, di campagne dorate e indolenti, di infanzie vanitose, di antichi sogni. I suoi eredi, tra qualche decennio, per difendere l’onore di villette senza storia scopriranno forse una forma di nazionalismo spurio nelle battaglie con gli africani sbarcati da poco.
(2. - continua)