sabato 3 luglio 2010

L'apocalisse nel museo

~ L’ABIURA DELL’ARTE NEL RACCONTO
DI UN ANONIMO ROMANTICO ~

Un ex poeta finito a fare il guardiano notturno per fallimenti politici (dopo la Rivoluzione francese) e per soffuso nichilismo, un testo assai suggestivo del romanticismo tedesco e dell’«abiura dell’arte» seguìta a una intensissima stagione che voleva estetizzare tutto, a cominciare dalla vita (ad alcuni marxisti del Novecento andò più o meno alla stessa maniera). Apparso nel 1804, in anni ancora caldi,
Nachtwachen von Bonaventura (nella traduzione italiana: Bonaventura, Le veglie, a cura di P. Collini, Marsilio 1990, da cui citiamo), fu attribuito a tutti i grandi del romanticismo e anche a qualche minore. Secondo il curatore di questa edizione italiana – che esalta «Bonaventura l’iconoclasta», ossia il poderoso anticipatore della dissoluzione moderna dell’immagine – è a causa di un tale libro sinistro se, anni dopo, Hegel dirà: «Il nostro tempo, per la sua situazione generale, non è favorevole all’arte… Il pensiero e la riflessione hanno sopravanzato l’arte bella». Musica per le orecchie dei concettuali d’ogni guisa e delle avanguardie in genere che si appoggiano tutte alle elucubrazioni dei pensatori teutonici giammai sfiorati – storicamente dunque – dalla grazia dell’arte ‘bella’, dell’arte tout court. Dunque, dopo Novalis che voleva poetizzare il mondo, l’ex poeta che vive nelle tenebre annuncia l’apocalisse, l’avvento dell’impoetico. Heine ne darà una ragione sociale: «Verranno i radicali e prescriveranno una cura radicale […]. Anche se riuscisse loro di liberare l’umanità sofferente dei suoi più fieri tormenti, ciò accadrebbe soltanto a spese delle ultime tracce di bellezza rimaste al paziente; si alzerà dal suo giaciglio di malato, orribile come un filisteo guarito, e dovrà aggirarsi per tutta la vita nella orribile divisa da ospedale, nella veste grigio-cenere dell’uguaglianza. Tutta la tradizionale allegria, ogni dolcezza, ogni profumo e poesia, saranno eliminati dalla vita e non resterà che la minestra Rumford dell’utilità. Per la bellezza e il genio non ci sarà posto nella comunità dei nostri nuovi puritani, entrambi saranno scherniti ed oppressi, giacché la bellezza e il genio sono una sorta di regalità che mal si adatta a una società in cui ciascuno, insofferente della propria mediocrità, cerca di abbassare al livello comune tutte le doti più alte» (Heine, Ludwig Börne, 1840).

Nella tredicesima Veglia, nel Museo dell’arte che si apre nel Museo della natura, non ancora fusi come negli spazi attuali della Land Art, appaiono gli estetismi moderni, gli dèi con gli attrezzi ortopedici che saranno raffigurati da de Chirico, gli heiniani «dèi in esilio». Il nichilismo dell’Anonimo spiega le frasi foucaultiane: «l’uomo non serve a niente, perciò lo cancello». E avanzano «immagini nebbiose», «ombre», mancando la capacità di «dipingere con sufficiente chiarezza», alla maniera di Hogarth.

Entriamo nella tredicesima Veglia, nel mondo museificato.

[…] Sul monte, in mezzo al museo della natura, ne avevano costruito uno ancora più piccolo per l’arte, nel quale stavano ora facendo il loro ingresso parecchi conoscitori e dilettanti con torce accese, per immaginarsi nel modo più vivo possibile, a quel bagliore tremolante, i morti che vi erano custoditi. Anch’io ho di tanto in tanto i miei capricci artistici, a seconda della maggiore o minore cattiveria che sento in me, e passo spesso dalla grande stanza dell’arte a quella più piccola, per vedere come l’uomo, pur senza sapervi fondere la parte essenziale di ogni forma vivente – la vita stessa – tuttavia modella e intaglia in modo molto garbato un qualcosa di cui poi pensa che sia addirittura superiore alla natura.
Seguii i conoscitori e i dilettanti.
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Davanti a me stavano gli dei in pietra come storpi senza braccia e senza gambe, ad alcuni mancava addirittura la testa; quanto di più bello e sublime in cui la maschera umana avesse preso forma, l’intero Olimpo di una grande stirpe, sprofondata, dissepolta, come cadavere e torso da Ercolano e dal letto del Tevere. Un ricovero per invalidi, pieno di dei immortali e di eroi, costruito in mezzo a un’umanità miserabile. Gli artisti antichi che avevano pensato e plasmato questi torsi di dei sfilavano velati davanti al mio spirito.

Un piccolo dilettante fra i presenti si arrampicò a fatica, con la bocca protesa in avanti e quasi lacrimando, su una venere medicea senza braccia, per – come sembrava – baciarle il deretano, notoriamente la parte meglio riuscita della dea. Ciò mi fece montare in collera, perché in questa età senza cuore, niente sopporto di meno della smorfia d’entusiasmo in cui si possono contrarre alcuni volti, e così salii sdegnato su di un piedistallo vuoto per sprecare qualche parola.

«Giovane fratello d’arte! – lo apostrofai –. Il divino deretano sta troppo in alto per Lei, e con la Sua bassa statura non può arrivare fin lassù senza rompersi il collo! Parlo per amore degli uomini, poiché mi dispiace che Lei voglia rischiare la pelle per arrivare così in alto. Dal peccato originale, prima del quale – assicurano i rabbini – Adamo misurava cento braccia, siamo diventati sensibilmente più bassi e, con il passare del tempo, diminuiamo sempre di più, cosicché nel nostro secolo si deve seriamente mettere in guardia nei confronti di tutti i tentativi spericolati come lo è il presente. Cosa vuole mai dalla vergine di pietra che, in questo istante, potrebbe per Lei trasformarsi in una di ferro [la vergine di ferro è uno strumento di tortura n.d.t.], se solo non le mancasse le braccia per abbracciarla? Con quelle che le sono aggiunte non c’è infatti alcun pericolo; esse non bastano neanche per fare un pugno di Berlichingen [celebre cavaliere tedesco con una protesi di ferro, n. d. r.], e assomigliano piuttosto a quelle di legno che vengono attaccate ai corpi dei soldati mutilati. Amico, per quanto i medici dell’arte dei nostri tempi possano curare e ricucire, non riescono affatto a rimettere in sesto gli dei mutilati dalla perfidia del tempo, come ad esempio il presente torso, ed essi dovranno rimanere per sempre qui in pensione come invalidi e emeriti. Un tempo, quando essi stavano ancora eretti, e avevano braccia, gambe e teste, una intera stirpe di eroi si prosternava nella polvere dinanzi a loro; adesso avviene il contrario ed essi giacciono al suolo, mentre il nostro secolo se ne sta ben eretto e noi stessi ci sforziamo per spacciarci per dei passabili.

Amico dell’arte, a che punto siamo arrivati, se osiamo razzolare in questi grandi sepolcri divini e riportare alla luce i morti immortali, benché sappiamo che presso i Romani veniva punito duramente il semplice oltraggio delle tombe umane? Certamente alcuni spiriti illuminati considerano oggi questi defunti alla stregua di idoli, e l’arte non è nient’altro ormai che una setta pagana, penetrata furtivamente nel nostro mondo, che li divinizza e adora – ma che ne è poi di essa, amico dell’arte? Gli antichi cantavano inni e Eschilo e Sofocle composero i loro cori in lode degli dei; la nostra moderna religione dell’arte prega in critiche e ha la devozione nella testa come i veri religiosi l’hanno nel cuore.
Ah, bisogna disseppellire gli antichi dei! Baci il deretano, giovanotto, baci pure e facciamola finita! […]

Terminai impaurito, perché al bagliore cangiante delle torce, l’intero Olimpo mutilato parve improvvisamente prender vita intorno a me; l’irascibile Giove cercò di alzarsi dal suo trono, il severo Apollo afferrò l’arco e la lira risuonante, possenti si inalberavano i draghi intorno al Laocoonte che lottava tra i figli morenti, Prometeo plasmava uomini con i moncherini delle sue braccia, la muta Niobe proteggeva il più giovane dei suoi figli dai raggi del sole che dardeggiavano dall’alto, le Muse senza mani, braccia e labbra si agitavano confusamente, come se si sforzassero di cantare e suonare antichi canti ormai spentisi – tutto, però, rimase silenzioso all’intorno, la scena ricordava l’ultimo veemente guizzare di membra su un campo di battaglia; solo lontano sullo sfondo, non illuminato, stava un coro di Furie rigido e pietrificato, e fissava cupo e terrificante il tumulto».

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